BERLINO NON VUOLE UN EURO “SERIO”

Buonasera,
un bell’articolo sulla storiella europea.

L’Euro si spacca. Ecco come farlo (e non faranno)
Maurizio Blondet 13 luglio 2015 – tratto da www.maurizioblondet.it

E’ difficile pensare in queste ore che il “progetto europeo” (ossia eurocratico) e la sua pseudo-moneta, l’euro, possano sopravvivere. Del che – nonostante le difficoltà e i drammi che ci procureranno – non cesseremo di essere grati a Schauble e Merkel. E’ anche il momento di dare a questi due la parte di ragione che hanno; una ragione che incenerisce – finalmente – le vacue illusioni degli “europeisti” dogmatici. Precisamente di quelli che, dal Quirinale a Radio Radicale, per decenni, davanti ad una nuova crisi europoide, ci hanno sgonfiato i marroni sentenziano: “Ci vuole più Europa, non meno Europa” . Ci vuole il “federalismo”. Trasformare l’euro in una vera moneta, con una fiscalità unitaria europea, eccetera eccetera.
In questi giorni, costoro ci hanno spiegato mille volte che se il Kentucky entra in crisi, non è che viene cacciato dall’area dollaro; lo stato federale mette a contribuzione la California. E’ una unità di trasferimento, l’area dollaro, ciò che l’euro non è.

Benissimo e verissimo. Jacque Sapir evoca in un suo bell’articolo quello che i “federalisti” del “Più Europa” non dicono mai: quanto costerebbe alla Germania aderire a questa unità di trasferimenti – perché inutile dire che sarebbe dalla Germania, in surplus, che dovrebbero partire i flussi verso i paesi in deficit, Spagna, Italia, Portogallo, Grecia. Il calcolo l’ha fatto lui stesso ( Sapir J., « Le coût du fédéralisme dans la zone Euro », note publiée sur le carnet RussEurope, 10 novembre 2012,https://russeurope.hypotheses.org/453) ed anche se i dati sono del 2012, dicono quel che basta.
“Allora (il finanziamento dei trasferimenti) ammontava a circa 260 miliardi di euro l’anno, per un periodo di 10 anni, solo per aiutare i quattro paesi del Sud” sopra citati. “Tra l’85 e il 90% sarebbe fornito dalla Germania. Ciò avrebbe significato un prelievo della ricchezza prodotta in Germania sull’8-9% del Pil ogni anno, anzi sul 12 secondo un’altra fonte (Patrick Artus, «La solidarité avec les autres pays de la zone euro est-elle incompatible avec la stratégie fondamentale de l’Allemagne: rester compétitive au niveau mondial? La réponse est oui», NATIXIS,Flash-Économie, n°508, 17 juillet 2012).

E’ ovvio che un tal salasso distruggerebbe l’economia germanica. Non è solo che Berlino non vuole che l’euro sia una vera moneta come il dollaro; non può. Non può permetterselo.
Il discorso è chiaro. Se Berlino avesse detto agli altri, con onestà intellettuale, che questo “federalismo” non se lo può permettere, gli altri governi avrebbero rinunciato all’euro, e amici come prima. Saremmo ciascuno con la nostra moneta, magari agganciata ad un sistema di cambi semi-fissi.

Un poker dove barano tutti
Questa onestà è scandalosamente mancata. Da parte tedesca, che per anni ha lasciato credere che aderiva alle speranze di “più Europa”, che un giorno si sarebbe instaurato il federalismo, con quel che segue; non diceva né sì né no. Ma ancor più disonesti i governi come la super-indebitata Italia: che sono entrati in un euro che non è una vera moneta, con la intenzione inconfessata (ma fin troppo chiara a Berlino) che un giorno l’eucrazia, a forza di regolamenti, fatti compiuti e normative avrebbero realizzato “il federalismo”, e costretto la Germania, in qualche inimmaginabile modo, a coprire la nostra nota-spese. Secondo me è a causa questo retro-pensiero furbesco (e da mendicante stupido) che l’Italia, paese fondatore e terza potenza industriale, ha accettato via via sempre più abusi della “costruzione europea”, direttive sempre più cervellotiche, perdite di sovranità sempre più irreparabili cedute alle burocrazie più irresponsabili. Ha sempre detto sì, anche quando la Corte di Karlsruhe, con una famigerata sentenza per cui la Germania avrebbe accettato solo le direttive europidi che non contrastavano con la Costituzione germanica, e l’esame se lo arrogava la Corte medesima: giustissimamente, ma allora la UE cambiò natura. Perché mentre noi dovevano ratificare le direttive europee, la Germania era il solo paese a restare sovrano….Ma che importa? Siccome siamo così tanto indebitati, dobbiamo scodinzolare e vedrai che, quando i mercati ci aggrediscono chiedendo interessi enormi per i nostri Bot e Btp, la Germania, Bruxelles, Francoforte “ci aiutano”: Stiamo o no andando verso “più Europa?”. Ci leghiamo mani e piedi al “progetto”; ci facciamo mettere i ceppi a piedi, poi le manette, poi il collo nel cappio. Per fortuna ci hanno lasciata libera la coda, per scodinzolare. Quando hanno voluto loro, ci siamo presi Monti, poi Letta, poi Renzi. Abbiamo accettato le lezioncine, le male parole. Abbiamo accettato le cure di austerità.

Nel frattempo, i nostri politici avevano il loro tornaconto: indebitare il paese a tassi bassi (tedeschi) per le loro clientele e i loro sprechi e furti, rendersi totalmente irresponsabili in economia (“Ci pensa l’Europa”) come in politica estera (“Ci pensa la NATO”), dunque diventare ancor più incompetenti di quanto già fossero.
L’austerità l’hanno accettata scodinzolando (tanto paghiamo noi) perché la Germania e la BCE di Francoforte facevano balenare: sì, d’accordo, un giorno ci sarà l’Unione dei Trasferimenti…ma per prepararla, bisogna che i paesi colpevoli si avvicinino alla “convergenza”, taglino il debito, raggiungano l’avanzo primario. Non prima. Fate i compiti a casa, poi si vedrà. Dice Sapir: “I governi della zona euro hanno creduto di trovare la salvezza in una combinazione di cure di austerità i cui effetti recessivi hanno fragilizzato le economie europee, e di una politica relativamente espansiva da parte della Banca Centrale Europea; che se ha permesso di far abbassare i tassi d’interesse, non ha risolto il problema. Come voler curare la polmonite con l’aspirina”.

L’effetto è stato che la divergenza fra Germania e paesi “colpevoli” invece di ridursi, è aumentata; sempre più divaricata, quanto più sono stati applicati programmi di austerità più violenti. Ma il peggio è stato questo: le austerità “esasperano le popolazioni, alzano quelle dei paesi con meno problemi contro quelle dei paesi che soffrono di più. Altro che essere un fattore di unità e solidarietà! L’euro scatena gli egoismi degli uni e degli altri e fa’ crescere le tensioni politiche in seno all’Unione. L’euro stesso, per la sua stessa esistenza, è la fonte della crisi”.
Sulla crisi greca, Dijsselbloem (il capo dell’eurogruppo) e Juncker hanno mostrato apertamente “il profndo spirito antidemocratico che domina nelle istituzioni della UE”. Sapir non dimentica Barroso (e Van Rompuy) “Le cui pratiche hanno largamente contribuito alla perdita di credibilità della istituzione”. A cita un sondaggio del novembre 2012, dove s’è scoperto che le persone che non hanno fiducia nell’Unione sono il 42% in Polonia, il 53% in Italia, il 56 in Francia, il 59% in Germania, ed il 72% in Spagna…

Agire subito
Proprio per salvare l’Europa “bisogna ammettere che l’Euro non è sostenibile. e cambiare il quadro attuale, passare al “federalismo” invocato dai veri credenti, è impossibile. Bisogna tirarne le conseguenze e procedere ad uno smontaggio coordinato della zona euro. Riflettiamoci bene: proprio lo smontaggio, se realizzato in modo coordinato, sarà un atto di unità”.
Ma il vero ostacolo, inquietante, è che per molti dirigenti dei paesi della UE “l’euro è un feticcio, un nuovo idolo. Non uno strumento ma una religione, coi suoi grandi sacerdoti e le sue scomuniche”. Sicché ci si sta avviando al Grexit, la scomunica “che è un atto inaudito di violenza” ma peggio, di cui il mondo intero capirà che è solo l’inizio di un processo. Espulsa la Grecia, gli sguardi si poseranno sul prossimo, e poi sul successivo. La conclusione sarà la fine della zona euro in una gehenna di insulti, litigi e recriminazioni reciproche, di cui le ultime riunioni dell’Eurogruppo sono state un esempio” iniziale.

Allora ricordiamoci anche di ringraziare Barroso. Van Rompuy. Di ringraziare Napolitano e Mario Monti. Di ringraziare Prodi che ci ha portato dentro col trucco; ma anche Berlusconi che non ha eccepito nulla, anzi ha scodinzolato e s’è persino preso il merito. Senza dimenticare di ringraziare quelli che, in anni ormai lontani, hanno voluto il divorzio fra Bankitalia e Tesoro, che era il prodromo del progetto di soffocamento della sovranità monetaria, chiamato euro. Ringraziamo i giudici che misero in galera – con accuse totalmente false – i due capi di Bankitalia perché si opponevano non alla cosa, ma al “come”…Ma che dico? Inutile elencare. Nel giorno della liberazione, non basteranno i lampioni per ringraziare tanti benefattori.

3 commenti su “BERLINO NON VUOLE UN EURO “SERIO””

  1. E’ preferibile parlare,se non altro per semplicità,di chi l’euro non lo ha mai voluto,da ac hi all’euro ha detto “no,grazie”.Gli UK e qualcuna’altro che pur mantenendosi aggangiaci all’euro hanno mantenuto una loro moneta,una loro politica economica e,di conseguenza,una via politica parallela ma non uguale a quella dell’ue.L’Italia che sopperiva all’alto costo del lavoro,all’inefficenza della politica economica ed agl’alti costi della “macchina pubblica” con una lira sempre più svalutata, e senza una politica monetaria ed industriale di lungo respiro,si è ritrovata nelle sabbie mobili dell’alto costo del lavoro e dell’alto costo della macchina pubblica.Non toccando i costi e l’inefficenza,per motivi elettorali,si è aumentato l’indebitamento.Adesso abbiamo l’Italia sullo sgabello col cappio al collo e la Germania a decidere se lasciarci penzolare.Napolitano,Monti e gli altri,chi li ricorderà quando i nostri giovani,senza una solida preparazione professionale,saranno gli accattoni dell’Ue?

      1. la Germania aveva bisogno di un’immenso mercato “interno” ,per comodità chiamato “unione europea” e di una moneta unica che evitasse una competitività ottenuta attraverso la svalutazione,arma da sempre usata dall’Italia nei confronti del mercato tedesco ma non solo.Questo per dire che se c’era una nazione che non doveva entrare nell’euro,questa era l’Italia. A meno di non voler fare una riforma “vera” del mercato del lavoro e del sistemabancario-creditizio italiano.

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