L’Unione da i numeri

Il bilancio annuale della UE è di circa l’ 1 per cento del reddito nazionale nazionale lordo  dei 28 Stati Membri . Le spese non possono superare le entrate,ovvero la UE non può indebitarsi ma deve gestire il bilancio in un sostanziale pareggio. I bilanci annuali sono inseriti in un Quadro Finanziario Pluriennale (Q.F.P.) ,che fissa i vincoli di spesa per i successivi sette anni. Il settennio appena concluso ha coperto il periodo 2014-2020. Piuttosto che le le previsioni per l’intero periodo,per semplicità consideriamo la composizione di entrate e uscite effettive dell’anno 2017. Le entrate dell’Unione nel 2017 ammontavano a 139 miliardi di euro. Le principali fonti di entrata,dette anche risorse proprie,sono tre: il gettito I.V.A. (16,9 miliardi nel 2017,il 12,2 per cento del totale ). Gli Stati Membri  corrispondono un’aliquota dello 0,3 per cento applicata alla base imponibile nazionale. Il peso di questa risorsa  si è gradualmente ridotto ,passando dal 60 per cento del totale delle entrate nel 1988 al 14 per cento del 2017. I dazi doganali sulle importazioni al di fuori della UE (20,5 miliardi,il 14,7 per cento del totale). Ogni mese i dazi devono essere resi disponibili alla Commissione,pena il pagamento di interessi,tranne un 20 per cento trattenuto a fronte di spese di riscossione. Questi fondi hanno sempre rappresentato tra il 10 e il 18 per cento delle entrate complessive. Le contribuzioni degli Stati Membri (78,6 miliardi,il 56,5% del totale. Impiegate per colmare il divario tra le spese programmate e le entrate provenienti dalle prime due fonti  e dalle fonti     minori ),queste risorse residuali sono allocate tra i Paesi in base al al Reddito Nazionale Lordo (R.N.L.). Le contribuzioni degli Stati membri hanno aumentato la loro importanza rispetto agli inizi degli anni duemila. Alle risorse proprie si aggiungono alcune voci minori,come per esempio le multe pagate dagli singoli Stati alla UE e le eccedenze di bilancio  non spese negli anni precedenti. Nel 2017 queste risorse sono ammontate a circa 23 miliardi,un valore particolarmente elevato in quell’anno. A partire dal 2014 il totale delle entrate,rapportato al Reddito Nazionale Lordo (R.N.L.) europeo è calato,scendendo a l’1 per cento,dopo anni di crescita. Nel 2017,le uscite dell’Unione ammontavano a 137,4 miliardi di euro.Le principali categorie di spesa sono state :la Politica Agricola Comune (P.A.C.) e altre spese a sostegno dell’agricoltura e dell’ambiente (56,7 miliardi nel 2017),suddivisi in interventi per l’agricoltura,finanziati attraverso il Fondo Agricolo Europeo di Garanzia (FEAGA e FEASR),il primo con fondi per 44,7 miliardi e il secondo per 11,1 miliardi. A questi si devono aggiungere ulteriori fondi per la pesca ed altri,quali la Coesione economica,sociale e territoriale     (35,7 miliardi), la competitività (21,4 miliardi),la sicurezza (2,9 miliardi) per gli interventi in materia di immigrazione,protezione delle frontiere e Affari Interni. Questi a titolo di esempio. La P.A.C. che rappresenta il 40,6 per cento delle spese nel 2017,opera tramite tre strumenti : pagamenti diretti agli agricoltori,le misure di mercato ed  altre ancora. In termini di spesa il supporto dell’Unione all’agricoltura si colloca in una posizione mediana nel contesto dei Paesi     O.C.S.E. , al di sotto di quelli erogati dagli U.S.A. . Tuttavia la P.A.C. ha compiuto importanti progressi ma la mancanza di indicatori mirati rendono difficile valutare l’impatto stesso della P.A.C. .Gli interventi in materia di coesione sono gestiti con accordi di partenariato tra la Commissione Europea e gli Stati membri,che garantiscono un’entità di assistenza differente per i diversi livelli di sviluppo.Nel settennato 2014-2020,le regioni definite “meno sviluppate”  (con il PIL tra il 75 e il 90% della media UE)possono contare su 55,8 miliardi di euro. Gli studi di efficacia di questa politica dell’Unione hanno fornito dati discordanti. Nel 2012,una prima analisi non ha fornito significative prove di efficacia nell’incisività  di questa politica. Nel 2015,una serie di studi economici segnalava effetti positivi seppure limitati. L’Italia,a titolo di esempio,dopo la Polonia, è lo stato che maggiormente riceve fondi strutturali,circa 75 miliardi,è tra i Paesi più lenti a spendere questi fondi,con  solo il 23%  di questi spesi nell’anno 2018. Fondi che verranno ridistribuiti agli Stati con le amministrazioni più solerti delle nostre. Parliamo di fondi Q.F.P. e ben al di sotto della media UE per le risorse spese in questo ed altri capitoli di spesa.Una tale partenza poi genera un’eccesso di cumulo di fondi a fine esercizio finanziario,con rischi di frodi o investimenti  di scarsa qualità. Le spese amministrative dell’Unione ammontano a 9,7 miliardi nel 2017,3,6 dei quali vanno alla Commissione,1,9 miliardi al Parlamento Europeo,1,8 ai pensionati delle istituzioni europee,lo 0,2 miliardi alle scuole europee,mentre i restanti 2,2 miliardi sono stati destinati al Consiglio Europeo,alla Corte dei Conti Europea e le altre istituzioni. Detto questo,per quanto modesto,nel bilancio europeo il mantenimento di due sedi parlamentari (Bruxelles e Strasburgo),rappresenta un inutile spreco di risorse economiche,114 milioni annui.Una UE spendacciona nella gestione delle proprie istituzioni,una classe politica italiana di incapaci se non collusi,ci ha reso quello che siamo diventati. Uno stato alla deriva,buono solo per essere colonizzato da immigrati clandestini ,nel mentre i nostri giovani emigrano,rendendo ricchi altri Stati,magari dell’Unione.

Aldo A.

3 commenti su “L’Unione da i numeri”

  1. Il Conte Dracula Germania (e paradisi fiscali come Paesi Bassi e Lussemburgo,ci vogliono poveri e sottomessi. Per noi un solo ruolo,quello del villaggio turistico per clandestini. E voi italiani veri sempre a beeelareeeee !!!

  2. Il sindaco di Lampedusa:” Accoglienti si,cretini no “. Riferendosi ai sbarchi dei clandestini sull’isola. Meglio tardi che mai,verrebbe da dire.

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