I fondi della UE e l’Italia

La classe politica italiana ,nella sua interezza,parla sempre di fondi europei insufficienti,quanto meno inferiori a quanto versato e a quanto riscosso da altri Paesi.Ma è proprio così la situazione?

Nel 2017 ,ultimo anno disponibile,l’Italia ha destinato al Bilancio europeo poco più di 13 miliardi di euro e ne ha ricevuto indietro 9,795 miliardi.L’anno precedente erano stati invece versati 13,939 e ottenuto stanziamenti per 11,592 miliardi.I soldi che tornano in Italia vengono usati in gran parte per sussidi all’agricoltura e alle politiche di coesione,soprattutto per colmare il divario tra il nord e il sud,e per finanziare politiche sociali volte alla formazione professionale e contro l’esclusione sociale.Restiamo,certo,uno tra i “Paesi ricchi” dell’unione che più contribuiscono allo sviluppo comune,ma la differenza tra quanto versato e quanto ricevuto non è da imputare a una UE matrigna quanto piuttosto a fattori più complessi. Uno di questi è la capacità del nostro Stato di spendere i fondi comunitari messi alla nostra disponibilità,tra tutti i fondi strutturali e di investimento,i SIE. Sono il Fondo europeo di sviluppo regionale(F.E.R.S.),che si concentra su innovazione e ricerca,agenda digitale,sostegno alle piccole e medie imprese ed economia a basse emissioni di carbonio,il Fondo sociale europeo(F.S.E),inclusione sociale e capacità istituzionale,e il fondo di Coesione,interessato ai trasporti e alla tutela dell’ambiente nei Paesi meno sviluppati della UE.Questi fondi vengono stanziati sulla base di un periodo di programmazione settennale.Per il periodo 2014-2020,all’Italia sono stati stanziati 42,77 miliardi di euro attraverso 75 programmi nazionali e regionali per l’occupazione e crescita,potenziamento di ricerca e innovazione,tutela dell’ambiente e aumento della partecipazione al mercato del lavoro.I fondi SIE sono in gran parte a cosiddetta “gestione indiretta” della Commissione Europea: non è l’esecutivo della UE che direttamente pubblica dei bandi e fa selezione,ma una serie di enti delegati sul territorio dell’Unione.In Italia un ruolo importante spetta alle regioni,delegate dallo stato,nel gestire le procedure per le concessioni di questi fondi.Per meglio comprendere il funzionamento di questi fondi strutturali europei e come l’Italia dovrebbe agire per evitare di “sprecarli” è stato intervistato Daniel Spizzo,esperto di di euro progettazione che insegna al dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Trieste.Cosa bisogna fare per accedere ai fondi strutturali e di investimento?

A seconda della priorità di intervento e dei bandi ci sono diversi enti che possono accedere ai fondi stessi.Nel caso italiano,Stato e regioni definiscono una serie di procedure di dettaglio su come finanziare,anche con fondi propri,e su come spendere operativamente i soldi,a seconda della priorità che vengono indicate in parte dall’Unione e in parte concordate con lo stato,regioni o altri enti delegati.Nel caso delle Politiche di coesione finanziate con i fondi SIE per il periodo 2014-2020 gli obiettivi tematici su cui vengono fatti confluire i fondi europei sono 11,tra cui troviamo per esempio il rafforzamento della ricerca,il miglioramento della competitività delle piccole e medie imprese,la prevenzione del cambiamento climatico,il miglioramento della pubblica amministrazione e la promozione del trasporto e dell’occupazione sostenibile.Ci sono una serie di assi di intervento che includono la possibilità ,per esempio i Comuni e le scuole,di accedere attraverso bandi a questi fondi con la presentazione di un progetto .Una volta stabiliti i parametri generali ,i bandi vengono pubblicati e sono spesso le regioni a raccogliere le adesioni. In generale possiamo dire che,trattandosi di un mondo composto da progettualità complesse è sempre utile avvalersi di professionalità esterne esperte,se si hanno dubbi sulle proprie capacità progettuali e manageriali.L’Italia potrebbe gestire meglio questi fondi ?Certamente ci sono regioni più o meno virtuose ,regioni che hanno iniziato prima a richiedere ed impiegare questi fondi e che hanno fatto dei corsi di aggiornamento continui per i propri euro progettisti .Troviamo una cultura amministrativa, in alcune aree geografiche,particolarmente attenta,da anni,alla gestione di questi fondi.Ci sono poi regioni,invece,che hanno problemi strutturali a livello di personale,formazione e cultura amministrativa,ma anche di risorse.Spesso i fondi europei non coprono l’intero budget richiesto e quindi c’è la necessità di cofinanziare .Altre difficoltà in questi anni sono sorte nella fase iniziale di approvazione dei piani operativi.Ci sono lacune importanti nel sistema formativo nazionale che fanno si che i nostri studenti,soprattutto nel campo delle scienze politiche,sociali o giuridiche,quando escono dall’università non siano preparati con competenze veramente utili per l’euro progettazione operativa.Diventa sempre più cruciale lavorare direttamente sui bandi e sui moduli per la preselezione del progetto,simulare situazioni reali del mondo del lavoro,sperimentare situazioni concrete di lavoro in team,scendere sul territorio europeo.In Germania e Austria fanno corsi di project management già alle scuole superiori e non soltanto nelle scuole specialistiche.Manca poi anche una politica mirata e professionalizzante di alternanza scuola-lavoro.Molti sono i programmi,anche finanziati con il SIE,che mirano ulteriormente a potenziare interventi di questo tipo,che funzionano ma che noi non vediamo perché abbiamo una classe politica e dirigenziale non preparata,se non peggio,che non riesce a creare benefici comuni e più coesione tra stato e regioni. L’Italia è all’anno zero per una classe politica di inetti,se non delinquenziale locale,nazionale ma soprattutto a livello UE che hanno usato il seggio come trampolino dei propri interessi personali ,sulla pelle di signora Italia.

Aldo A.

2 commenti su “I fondi della UE e l’Italia”

  1. Dal sito gliocchidellaguerra.it la miopia della classe politica italiana che ancora una volta non vede prioritariamente (come Francia,Germania e Spagna)prioritariamente i propri interessi nel medio-lungo termine:”Il documento programmatico di Paolo Savona, in cui si cita il possibile ingresso della Turchia nell’Unione europea, scuote il governo. Nella relazione viene confermato l’impegno dell’Italia a sostenere l’allargamento a est dell’Ue, estendendo i propri confini ai Balcani e alla Turchia. E sul rapporto con Ankara, il documento che porta la firma di Savona – e con cui conclude il suo mandato da ministro per spostarsi alla Consob – è netto: il Paese mediorientale è un partner strategico di fondamentale importanza.
    L’opposizione di centrodestra ha subito alzato le barricate. Ed è in particolare da Fratelli d’Italia che si è sollevato il problema, con Giorgia Meloni e i suoi parlamentari che hanno chiesto al governo (e in particolare alla Lega) di riferire su questo punto. A detta di FdI, c’è una contraddizione molto forte tra quanto sostenuto da Matteo Salvini in questi anni e quanto scritto nel documento del ministro a lui vicino. E con l’avvicinamento delle elezioni europee, il tema è particolarmente delicato. E molti si domandando cosa abbia spinto il ministro degli Affari europei a firmare un documento che inevitabilmente avrebbe portato a una discussione politica, sia in seno al parlamento che allo stesso governo. (prosegue)…
    LA TURCHIA E’UN NOSTRO COMPETITORE CHE TRA L’ALTRO CI HA SOFFIATO DIVERSI MARCHI ITALIANI.

  2. A proposito di UE e di economia che “gira” o “muore” un’articolo dei sito gliocchidellaguerra.it :”In caso di mancanza di accordo sulla Brexit, il Regno Unito è pronto a applicare un regime speciale di dodici mesi caratterizzato dal taglio totale dei dazi sulle importazioni. “Se usciamo senza un accordo, imposteremo a zero la maggior parte dei nostri dazi sulle importazioni, mentre terremo i dazi per le industrie più sensibili”, ha spiegato il ministro delle Politiche commerciali, George Hollingbery, sottolineando che “questo approccio equilibrato aiuterà a sostenere i posti di lavoro britannici e a evitare potenziali picchi di prezzo che colpirebbero le famiglie più povere”.
    Le nuove norme entreranno in vigore la sera del 29 marzo, se non si riuscirà a varare entro quella data un accordo per l’uscita “regolata” con l’Ue oppure se non passerà il rinvio della Brexit. Secondo i piani, Londra rinuncerà a controlli di dogana al confine con l’Irlanda. Come riporta LaPresse, “Il nuovo regime non si applicherà ai paesi con i quali il Regno Unito ha accordi di libero mercato e a circa 70 paesi in via di sviluppo che hanno accessi preferenziali al mercato britannico”.”
    E NOI DA VENT,ANNI FERMI AL PALO.CLANDESTINI A PARTE….

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.