I rischi dell’ecografia prenatale.

I rischi estremi dell’ecografia prenatale

AutoremarceellopamioPubblicato29 Maggio 2018Apre in una nuova finestraApre in una nuova finestraApre in una nuova finestraApre in una nuova finestraShare

Jim West

A quanto sembra, gli scienziati e i medici occidentali non sono a conoscenza delle tante ricerche su soggetti umani condotte in Cina che dimostrano chiaramente i danni prodotti dalle tecniche di diagnostica a ultrasuoni. È ora che tutti si documentino sull’esistenza di questi studi.

Introduzione
Secondo le autorità occidentali le tecniche diagnostiche che utilizzano gli ultrasuoni [ovvero l’ecotomografia o ecografia] sono innocue, e per motivare questa posizione si adduce la mancanza di studi su soggetti umani che avvalorino i rischi già riscontrati in alcuni studi su animali e cellule. Tuttavia, in realtà in Cina sono già stati condotti una cinquantina di test clinici moderni su soggetti umani. Con poche eccezioni, queste ricerche non sono state tenute in alcuna considerazione negli ambienti occidentali.

La diagnostica a ultrasuoni è controversa e comporta rischi noti, eppure dalla fine degli anni Ottanta non sono stati praticamente più stanziati fondi per la ricerca. Il mio libro si schiera a favore delle posizioni critiche accreditate, sostenendo che l’ecografia può causare o concorrere ai disturbi dello spettro autistico (ASD), alla sindrome da deficit di attenzione-iperattività (ADHD), ad anomalie della personalità, malattie oftalmologiche, varie malformazioni, malattie della pelle e allergie. Inoltre il libro presenta dei concetti nuovi secondo cui l’ecografia può essere causa di corioamniosite, itterizia, cancro e leucemia. Gli ultrasuoni possono essere considerati di per sé un fattore causativo, ma esiste anche il concetto pratico di sinergia tossica. In altre parole, si deve tenere conto del fatto che l’ecografia può rendere l’organismo molto più vulnerabile a fattori di stress che intervengono successivamente, ad esempio i farmaci per il concepimento e i medicinali in generale, vaccini, antibiotici, antidepressivi, ecc. Gli studi sulle sinergie tossiche degli ultrasuoni sono citati nel mio libro.

Gli studi sull’uomo esistono
Chinese Human Studies (CHS) sono ricerche sull’esposizione umana in utero condotte in epoca moderna, dal 1988 al 2011. I feti venivano esposti all’ecografia in utero, dopodiché il materiale abortivo veniva studiato in laboratorio. Finora ho raccolto 48 CHS e 100 articoli che vedevano il coinvolgimento di circa 100 scienziati. Ai lavori hanno partecipato in totale 2651 donne volontariamente sottoposte a interruzione di gravidanza, il cui materiale abortivo è stato esaminato in varie fasi: ovociti del feto femmina, embrione e feto. Recentemente ho sfrondato questa bibliografia eliminando le pubblicazioni duplicate; alcuni degli articoli restano elencati come versioni similari o duplicati.

I CHS ci permettono di fare un’affermazione che in precedenza era impensabile, ovvero che gli studi sull’esposizione umana in utero sono la forma più abbondante di ricerca sulla diagnostica a ultrasuoni nell’era moderna. I CHS sono gli ultimi studi nel loro genere. La loro forza, cioè la loro relativa purezza, deriva dalla relativa libertà che mantengono rispetto alle politiche industriali. Sono stati condotti durante la prima fase del recente boom della scienza industriale cinese e costituiscono un fortunato sottoprodotto della grande spinta industriale della Cina. Il progresso industriale cinese ha potuto usufruire di una vasta base scientifica a partire dal 1984, quando furono istituiti i “laboratori chiave di stato”, una serie di laboratori moderni dedicati a varie specializzazioni.15

I CHS sono stati svolti durante questa fase ottimistica, prima che potessero unirsi al destino di tanti importanti studi occidentali, cioè prima di essere monopolizzati o soffocati o resi strumenti di propaganda delle aziende.

Questa finestra d’opportunità ormai si è probabilmente chiusa, adesso che la Cina è uno dei maggiori produttori di apparecchiature diagnostiche e terapeutiche a ultrasuoni.

Il destino comune della scienza ambientale occidentale è stato documentato da Dan Fagin e Marianne Lavelle in Toxic Deception, pubblicato per la prima volta nel 1996. Più di recente, nel 2013, la forte corruzione nel mondo della ricerca medica è stata documentata da un professore di giornalismo della New York University, Charles Seife, nel suo articolo per il JAMA.174

Nei CHS sono state utilizzate le più recenti tecnologie analitiche scientifiche: vari tipi di analisi biochimiche per rivelare cambiamenti nei tessuti, citometria a flusso per individuare le proprietà fisiche e chimiche delle cellule ed elettroforesi per visualizzare la frammentazione del DNA (l’elettroforesi è una procedura in cui si fa passare della corrente diretta attraverso una piastra con gel che contiene campioni di miscugli chimici come il DNA; il risultato è una diffusione grafica di vari componenti molecolari del DNA che si possono così visualizzare e misurare).

Per visualizzare i danni subcellulari sono stati utilizzati microscopi elettronici. I CHS superano le ricerche occidentali per livello di sofisticatezza tecnica, numero di soggetti studiati, rilevanza dei soggetti e dei periodi studiati, mole di lavoro. Gli studi occidentali che esprimono critiche riguardo all’ecografia, da lungo tempo rifiutati, sono invece citati e convalidati dai CHS: ne sono esempi MacIntosh e Davey(1970)28Liebeskind (1979)20, Anderson e Barrett (1979)43 e Saad e Williams(1982).44

Sono le autorità occidentali a imporre la percezione che si ha della diagnostica a ultrasuoni nel mondo. La loro strategia è dichiarare l’assenza di studi umani come principale giustificazione per non considerare attendibili gli studi su animali o cellule che riscontrano dei rischi. La scienza occidentale, tenuta in scacco dalla politica industriale, resta nell’immobilismo continuando a opporre un senso forte, ma sterile, di oggettività dell’indagine. In questo modo non si prende alcuna decisione, poiché esistono centinaia di studi su animali e cellule che riscontrano i bioeffetti indotti dagli ultrasuoni e altrettanti che li confutano. Come si legge nell’introduzione di uno studio di Ellisman e all.:

“Molte revisioni della letteratura sui bioeffetti dell’ecotomografia… rivelano che la maggior parte degli studi è stata progettata in modo inadeguato o non pertinente per la situazione medica umana; le informazioni sulle condizioni di esposizione erano spesso incomplete e presentavano evidenti discrepanze rispetto all’effettiva tecnica ecografica o, in alcuni casi, a essere meno che ottimali erano le dimensioni del campione e i controlli di follow-up”19 (corsivi aggiunti).

I CHS sono la soluzione a questo limbo occidentale che dura da ottant’anni. Ci offrono delle informazioni essenziali: le soglie di intensità per la sicurezza umana e gli effetti negativi. Da essi emerge che le intensità basse e le esposizioni brevi possono arrecare danni. Queste soglie di esposizione-sintomi sono basse e le loro implicazioni sono terribili, eppure io sostengo che la situazione sia ancora peggiore di quanto considerato dagli scienziati cinesi, dato che le cliniche occidentali impiegano intensità maggiori e hanno la tendenza a usare modalità Doppler ad altissima intensità. Nel 2000, il Prof. Ruo Feng, dell’Istituto di Acustica dell’Università di Nanchino, sintetizzò in questo modo i CHS:

“È bene ripetere che, nell’uso ostetrico degli ultrasuoni, le tecniche diagnostiche dovrebbero conformarsi a un atteggiamento scientifico scrupolosamente prudente. In particolare, atteniamoci ai seguenti cinque punti:

1) L’ecografia si dovrebbe usare solo per indicazioni mediche specifiche.

2) L’ecografia, se impiegata, dovrebbe limitarsi rigorosamente al principio della dose più bassa: ovvero, il dosaggio degli ultrasuoni si dovrà limitare al minimo che consenta di ottenere le informazioni diagnostiche necessarie con la minor intensità possibile e il più breve tempo di irradiazione possibile.

3) L’ecografia non si dovrebbe assolutamente impiegare sui feti a scopi commerciali o educativi. L’uso dell’ecografia per l’identificazione del sesso del feto o per visualizzare il feto a scopi ricreativi dovrebbe essere assolutamente eliminato.

4) Perché non sorgano problemi nella prima fase della gravidanza [primo trimestre], occorre evitare l’ecografia o, se non è possibile evitarla, ridurne l’uso al minimo. Anche in seguito, durante il secondo o il terzo trimestre, limitare le ecografie a 3/5 minuti sulle aree più delicate del feto, come il cervello, gli occhi, il midollo spinale e altre parti.

5) Tutti i medici che vengono formati all’uso clinico delle tecniche ecografiche dovrebbero ricevere informazioni sugli effetti biologici degli ultrasuoni e sui livelli di sicurezza dei dosaggi per uso diagnostico”.

Il Prof. Feng e i CHS confermano la validità di quanto espresso nel verbale della Conferenza per lo sviluppo del consenso dei NIH (Istituti Nazionali di Sanità degli Stati Uniti) del 1984. Tale documento era decisamente critico, e si rifiutava di raccomandare un uso di routine dell’ecografia. Come era prevedibile, è stato accantonato come “obsoleto”.

La scienza occidentale menomata

Il Prof. Feng (2000) descrive la condizione menomata della scienza occidentale:

“A livello internazionale [fuori dalla Cina], le soglie di sicurezza per gli esami ecografici vengono studiate principalmente in due modi: usando cavie animali e attraverso studi epidemiologici. Così si accumulano molti dati, ma producendo solo poche regole quantitative, che tutt’al più servono solo da riferimento per valutazioni di sicurezza clinica, ma non sono in grado di offrire dei criteri guida.

“Gli standard di sicurezza per le ecografie dovrebbero stabilire delle soglie di dosaggio basate su numerosi studi clinici umani sull’uso degli ultrasuoni in ostetricia. È questa la falla nella ricerca internazionale, una mancanza vistosissima!”.

Con i CHS, Feng ha potuto mettere un grosso punto esclamativo in una rivista scientifica. La sua valutazione richiama gli avvertimenti impliciti delle autorità occidentali, come quella del Dott. Jacques Abramowicz che aveva dichiarato che “la mancanza di… dati umani in questo campo è assurda”.86 Per qualche tempo questa citazione compariva anche nella voce di Wikipedia sulle “cause dell’autismo”, ma poi è stata rimossa.27

Feng e i suoi colleghi sono indiscutibilmente i leader mondiali nella ricerca sugli aspetti scientifici dell’ecotomografia. Si prospetta interessante vedere in che modo le autorità occidentali risponderanno alla sfida presentata dai CHS.

Le reazioni ai CHS nel mondo

Il Prof. Feng (2000) documenta come sono stati recepiti i CHS a livello mondiale e la particolarità della loro posizione:

“In Cina fu Yan Gong a prendere il comando e a completare il primo studio clinico umano: le conclusioni vennero pubblicate e presentate nel 1988 a Washington DC, alla Quinta conferenza mondiale sulle applicazioni biomediche degli ultrasuoni. Il suo articolo suscitò una reazione positiva nella comunità medica internazionale” (corsivi aggiunti).

L’articolo del Dott. Yan Gong è citato nelle mie note conclusive.96 La reazione positiva internazionale è descritta nella pagina Web del Dott. Joseph Woo “Storia dell’ecotomografia in Cina”:

“Nel 1988, Xin-Fang WangYong-Chang Chou, Wang-Xue Guo, Zhi-Zhang Xu e il fisico Ruo Feng ricevettero il premio ‘Pionieri della storia dell’ecotomografia in medicina’ dalla World Federation Ultrasound in Medicine and Biology (WFUMB). La premiazione si tenne a Washington DC, negli Stati Uniti”.97

Il Prof. Feng (2000) prosegue descrivendo una “lettera speciale” di incoraggiamento che ricevette nel 1989 da Floyd Dunn, eminente ricercatore sull’ecografia presso il Bioacoustics Research Laboratory dell’Università dell’Illinois, USA, che aveva citato in articolo scritto nel 1990:

“Questo argomento sarebbe estremamente difficile, forse addirittura impossibile, da trattare in questo paese per via dell’opinione prevalente sull’aborto. Se fosse possibile studiarlo nel vostro paese, secondo me sarebbe un importantissimo contributo internazionale per la diagnostica a ultrasuoni’” (corsivi aggiunti).

Il Dott. Dunn dunque lodava l’ingresso della Cina nella scienza della diagnostica a ultrasuoni con le sue ricerche su soggetti umani, ma nel 1989 non aveva ancora visto granché dei risultati. Questi studi, i CHS, alla fine avrebbero messo in pericolo proprio il suo lavoro, che era volto a difendere l’uso dell’ecografia. Non ho trovato altre parole di Dunn o dei suoi colleghi fra le risorse online del Bioacoustics Research Laboratory né altrove.

Il Dott. Floyd Dunn (morto il 24 gennaio 2015) aveva raggiunto il gradino politico più alto fra i ricercatori occidentali ed era vicino a Wesley Nyborg, William O’Brien Jr ed Edwin Carstensen, che descrivono Dunn con queste parole:

“… L’uso biomedico degli ultrasuoni è un settore importante, e la ricerca di base in questo campo riceve una quota significativa del budget dei NIH. Non c’è scienziato che abbia contribuito più di Floyd Dunn a questo successo”.162

Parlando dell’economia del settore, Dunn aveva su di sé una grossa responsabilità. Dunn e Feng si conoscevano. Dunn era professore invitato presso l’Università di Nanchino, dove Feng scriveva per il Biomedical Ultrasound, una pubblicazione dell’università stessa.

Verosimilmente, in Occidente i medici non sono a conoscenza dei CHS, come si può dedurre dai loro commenti elencati nel capitolo 7 del mio libro. Dunn evidentemente non fece parola di questo “importantissimo contributo internazionale per la diagnostica a ultrasuoni” e a quanto pare l’intera “comunità dell’ecografia” si dimenticò di quella conferenza del 1988 del WFUMB.

L’articolo di Feng del 2000 è stato pubblicato 12 anni dopo quella conferenza. Dal 1990, Feng ha scritto anche molti altri articoli correlati. Il suo materiale era rivolto esclusivamente a un pubblico di lettori cinesi, tuttavia grazie a lui i CHS giunsero negli annali storici.

Il seguente scenario merita considerazione. Dunn e i suoi colleghi erano/sono i responsabili della percezione standard della diagnostica a ultrasuoni, i leader della “comunità dell’ecografia”. Questo termine era stato usato, per esempio, dal Dott. Thomas Nelson, allora viceredattore del Journal of Ultrasound in Medicine, nel 2005.26 L’articolo di Nelson “La comunicazione alla comunità dell’ecografia degli esiti delle ricerche sui bioeffetti degli ultrasuoni” descrive le formalità scientifiche e le difficoltà nell’osservare e interpretare i bioeffetti delle tecniche ecografiche. L’American Institute of Ultrasound in Medicine (AIUM) fa parte del WFUMB, e dipende dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Fa da collegamento fra il governo, il settore industriale, gli operatori e il pubblico, e si occupa di raccolta, distribuzione e consulenza relativamente ai finanziamenti alla ricerca.

Per qualche motivo, non c’è stato contatto fra i CHS e gli scienziati occidentali. Forse è colpa del divario culturale fra Oriente e Occidente. Forse i cinesi trovavano indisponente qualche norma dell’etichetta occidentale. Forse la “comunità dell’ecografia” era troppo occidentalizzata. O forse la “comunità dell’ecografia” sente di avere addosso le pressioni di tutto il settore industriale.

Potrebbe essere comodo pensare che la comunità dell’ecografia influenzi apertamente il dilemma della diagnostica a ultrasuoni, tuttavia anch’essa esprime delle preoccupazioni etiche. Pubblica delle linee guida ALARA [acronimo inglese di “più basso possibile nei limiti della ragionevolezza”] per ridurre l’esposizione, e si adopera perché gli operatori ricevano formazione sulla sicurezza. Purtroppo queste linee guida vengono spesso ignorate, fraintese o considerate un intralcio. La FDA degli Stati Uniti non si preoccupa di farle rispettare, e spesso sono difficili da mettere in pratica a causa della forte competitività che permea gli aspetti commerciali della medicina.

Il Dott. Floyd Dunn è stato membro onorario del Rochester Center for Biomedical Ultrasound (RCBU) presso il Medical Center dell’Università di Rochester (URMC), nello stato di New York. Fra gli altri membri figurano il Dott. Morton W. Miller, professore emerito del dipartimento di ostetricia e ginecologia dell’URMC, e il Dott. L. Carstensen, fondatore ed ex direttore del RCBU. Il Dott. Jacques S. Abramowicz è l’ex direttore dell’unità di ostetricia-ginecologia dell’URMC. Il Dott. Wesley L. Nyborg (morto nel 2011) era socio fondatore e scienziato in visita al RCBU.

Il settore supporta queste persone, e il loro lavoro supporta il settore. Potrebbero rappresentare decenni di un’invisibile evoluzione condizionata da un conflitto d’interessi inconscio. Nyborg fu presidente del Comitato sui bioeffetti dell’AIUM, che tuttora pubblica periodicamente rapporti sulle soglie di sicurezza. La figura 1 mostra i rapporti dell’AIUM del 1976 e del 1987, dove si dichiara come massima soglia sicura per l’intensità di SPTA [picco spaziale, media temporale] 100 mW/cm2. Nyborg aveva dei dubbi su questi rapporti dell’AIUM, come si vede in un commento del suo articolo del 2003: “Relativamente ai danni ai polmoni in piccoli animali a frequenze da 2 a 3 MHz, la soglia in cui il duty factor è 0,001 è di circa 33 mW/cm2. Essa è quindi più bassa dei valori per l’intensità di SPTA citati nei rapporti del 1976 e 1987 e dunque indica che il secondo potrebbe non essere valido…39 (corsivi aggiunti).

I rapporti dell’AIUM si basano sui risultati di molte ricerche, ma sono contraddetti da un numero considerevole di studi di qualità. ∞

Note

  1. The Chinese University of Hong Kong, State Key Laboratories, http://tinyurl.com/nszlzw5
  2. Ellisman, Mark H. e all., “Diagnostic Levels of Ultrasound May Disrupt Myelination”, Experimental Neurology 1987; 98(1):78-92
  3. Liebeskind, Doreen e all., “Diagnostic Ultrasound: Effects on the DNA and Growth Patterns of Animal Cells”, Radiology aprile 1979; 131(1):177-84
  4. Nelson, Thomas R., “Reporting of Bioeffects Research Results to the Ultrasound Community”, Journal of Ultr

Errori medici?Un’ecatombe.

Errori medici? Una ecatombe ogni anno

AutoremarceellopamioPubblicato29 Maggio 2018FacebookApre in una nuova finestraWhatsAppApre in una nuova finestraTwitterApre in una nuova finestragoogle_plusApre in una nuova finestraShare


Marcello Pamio

Ce ne siamo già occupati altre volte in passato: gli errori medici sono la terza cause di morte nel mondo Occidentale, dopo le malattie cardiovascolari e il cancro.
Quello che esce da un recente studio pubblicato dal British Medical Journal ha però dell’incredibile: l’errore medico non è incluso nei certificati medici e nelle statistiche riguardanti le cause di morte! Questo significa una sola cosa: i numeri delle morti che noi tutti conosciamo sono sottostimati. Quindi le cause iatrogene potrebbero risalire il podio diventando la seconda o addirittura la prima causa di morte al mondo.
Ovviamente i media tacciono. Argomento tabù, gli sponsor sono sacri. Farmaci killer spietati? Assolutamente no, le droghe non si toccano, gli interessi economici sotterrano le morti che passano in secondo piano. Esattamente come i morti civili nelle guerre: danni collaterali.
Oggi la realtà è la seguente: probabilmente i farmaci uccidono più delle guerre.
A fare un po’ di luce due ricercatori Martin Makary Michael Daniel che hanno cercato di stimare il contributo dell’errore medico sul tasso di mortalità americano.
La loro ricerca è stata pubblicata il 3 maggio scorso dal prestigiosa e accreditata rivista britannica (British Medical Journal, 3 maggio 2016; 353).

La lista annuale delle cause più comuni di morte negli Stati Uniti è stilata dal CDC, il Centro di Controllo e Prevenzione delle Malattie.
Tale lista utilizza i certificati di morte compilati da medici, agenzie funebri e medici legali.
Uno dei maggiori limiti del certificato di morte è che esso fa affidamento al codice ICD di assegnazione internazionale della Classificazione delle Patologie che causano la morte.
Ciò che ne risulta è che le cause di morte non associate ad un codice ICD, come ad esempio fattori legati a errori dell’uomo o del sistema, non vengono menzionati!
I due ricercatori hanno analizzato la letteratura scientifica sugli errori medici per identificare il loro contributo nella mortalità negli USA in relazione alle cause elencate dal CDC.

Morte da attenzioni mediche
L’errore medico è stato definito un atto inconsapevole o un processo che non raggiunge il risultato aspettato (errore di esecuzione), o l’utilizzo di un piano di azione errato per raggiungere uno scopo (errore di pianificazione) o una deviazione del processo di cure che può o meno causare danno al paziente.
Il danno al paziente può provenire da un errore medico a livello individuale o di sistema.
Ci focalizziamo su eventi letali evitabili per sottolineare il range dei potenziali miglioramenti da mettere in atto.
Il ruolo dell’errore può essere complesso.

Mentre molti errori sono non-consequenziali (non portano cioè a conseguenze gravi per la salute), in altri casi un solo errore può determinare la morte in qualcuno con un’aspettativa di vita lunga o può accelerarne la fine.
Il seguente caso dimostra come un errore possa contribuire alla morte di una persona.

Caso: ruolo svolto dall’errore medico nella morte di una paziente
Una giovane donna guarì dopo aver subito un intervento di trapianto andato a buon fine. Successivamente, venne ricoverata nuovamente per alcuni disturbi non specificati che vennero studiati sottoponendola ad un iter di esami intensivi, alcuni dei quali non necessari, inclusa una pericardiocentesi. Giorni dopo, in seguito ai suddetti esami, dovette tornare in ospedale per un’emorragia intra-addominale e un arresto cardiopolmonare. L’autopsia rivelò che l’ago inserito durante la pericardiocentesi aveva escoriato il fegato causando un pseudoaneurisma che sfociò in una rottura dello stesso e nella conseguente morte della donna.
Il certificato di morte riportò che la causa del decesso era da ricondursi ad una patologia cardiovascolare della paziente.

Quanto è grande il problema?
Negli Stati Uniti la più comune fonte che riporta stime di decessi annuali causati da errori medici è un report datato 1999 molto limitato e obsoleto dell’Istituto di Medicina (IOM).
Tale report descrive una media di 44.000 – 98.000 decessi annuali.
La conclusione non si basava su una ricerca primaria condotta dall’istituto stesso ma su uno studio di pratica medica condotto ad Harvard nel 1984 e su uno studio del 1992 condotto in Utah e in Colorado.
Già nel 1993, Leape, un investigatore che si occupava dello studio di Harvard pubblicò un articolo secondo il quale le stime riportate in tale studio erano troppo basse, sostenendo che il 78% anziché il 51% delle 180.000 morti iatrogene effettivamente riscontrate erano evitabili (alcuni sostengono che tutte le morti iatrogene siano evitabili).
Questa incidenza più elevata è stata conseguentemente supportata da studi che affermano che il report IOM del 1999 ha sottostimato l’entità del problema.

Un altro report del 2004 riguardante i decessi di pazienti ricoverati associati all’Agenzia per la Qualità nella Sanità e per la Verifica della Sicurezza del Paziente riferita alla popolazione con assistenza sanitaria, stimò che 575.000 decessi sono stati causati da errori medici tra il 2000 e il 2002 che sono circa 195.000 morti all’anno (tavola 1).
Allo stesso modo il Ministero della Salute degli Stati Uniti esaminando gli archivi dei ricoverati nel 2009 riportò che 180.000 decessi tra coloro aventi assicurazione sanitaria erano dovuti a errori medici. 12
Utilizzando metodi simili, le pubblicazioni mediche di D.C. Classen descrivono una media di 1,13%. 13
Se questa media venisse applicata a tutte le ammissioni registrate negli ospedali statunitensi nel 2013 15  il numero delle morti diventerebbe più di 400.000 all’anno, e cioè 4 volte maggiore alle morti stimate dal IOM.

Similarmente, pubblicazioni di C.P. Landrigan (Classes e Landrigan hanno cooperato a pubblicazioni riguardanti la Sicurezza del Paziente) hanno riportato che lo 0,6% delle ammissioni ospedaliere in un gruppo di ospedali della Carolina del Nord nell’arco di 6 anni (2002-2007) sono risultate letali a causa di eventi avversi ed è stato stimato che il 63% fosse causato da errori medici. 14
Riportati ad una media nazionale questi dati si traducono in 134.581 morti annuali di pazienti a causa di una scarsa cura del paziente.
Da notare che nessuno di questi studi menziona le morti di pazienti curati esternamente, ovvero quelle risultanti da errori su pazienti curati a casa o assistiti nelle loro case oppure di pazienti curati in ambulatori esterni o cliniche private.

Una rivista specializzata redatta da James stimò gli inconvenienti in campo medico utilizzando una analisi ponderata e descrisse un range pari a 210.000 – 400.000 di morti annuali associate ad errori medici tra i pazienti ricoverati negli ospedali16
Noi abbiamo calcolato una media di decessi causati da errori medici di 251.454 per anno, utilizzando gli studi sviluppati sul report dell’IOM del 1999, valutando anche le ammissioni ospedaliere registrate nel 2013 negli Stati Uniti.
Crediamo che anche la nostra ricerca non sia del tutto realistica e sia molto riduttiva, in quanto si basa per lo più su documenti o ricerche che comunque riguardano esclusivamente i decessi di pazienti in ospedale.
Nonostante le nostre supposizioni fatte estrapolando dati di studi effettuati sul più ampio range di popolazione statunitense possibile, emerge sempre di più la quasi totale assenza di dati nazionali evidenti e la conseguente necessità di una sistematica analisi di questo problema.
Confrontando le nostre stime con quelle del Centro Clinico di Controllo e Prevenzione (CDC) nazionale se ne deduce che gli errori medici sono la terza causa più comune di decessi negli Stati Uniti. (fig 1).2

Cause di decessi negli Stati Uniti, anno 2013
Basandoci sulle nostre stime gli errori medici sono la 3° causa di morte negli Stati Uniti

Elenco delle principali cause di morte nel 2013:

–        Malattie cardiache: 611.000

–        Cancro:                  585.000

–        Errori medici:          251.000 (tra gli errori medici non sono registrate le morti al di fuori degli ospedali).

–        Suicidi:                   41.000

–        Incidenti:               34.000

–        Armi da fuoco:        34.000

Le priorità della Salute
Abbiamo stimato che gli errori medici siano la 3a causa di decessi negli Stati Uniti e pertanto ciò richiede la dovuta attenzione. Gli errori medici che conducono alla morte del paziente sono sottostimati e poco conosciuti anche in molti altri paesi, incluso il Regno Unito e il Canada. 20 21
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) 117 nazioni codificano i decessi utilizzando la classifica standard ICD (che esclude l’errore umano) come metodo primario di valutazione. 22
Il metodo ICD ha una ridotta capacità di individuare l’errore umano. Al massimo ci sono alcuni codici che includono un qualche aspetto legato al ruolo di eventuali errori che possano aver influenzato l’evoluzione della patologia, come ad esempio la codifica legata a patologie anti-coagulanti possibilmente sviluppatesi come effetto collaterale di un’overdose di farmaci.
Quando un errore medico sfocia nella morte del paziente, sia l’aspetto psicologico della morte che i problemi legati alla somministrazione della cura dovrebbero essere analizzati.
La questione degli errori medici non deve essere svincolata dall’approccio scientifico. Una più appropriata analisi tecnica del ruolo dell’errore medico nella morte del paziente potrebbe aumentare la consapevolezza e guidare alla collaborazione tra diverse realtà nonché ad un maggiore investimento su Ricerca e Prevenzione.

Contributi e Fonti:  Martin Makary è lo sviluppatore della checklist post operatoria, precursore della checklist chirurgica istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Makary è un chirurgo oncologo al John Hopkins Hospital e autore di “Unaccountable”, libro che tratta la trasparenza di informazioni nella sanità.
Micheal Daniel è un allievo specializzato nella Ricerca per la Sicurezza del Paziente al John Hopkins ed è particolarmente coinvolto nella Ricerca e Analisi dei Servizi Sanitari.
Questo articolo è nato da una discussione tra loro riguardante la scarsità di fondi a disposizione per supportare un servizio di qualità e di sicurezza relativo alle “altre” cause di morte (ovvero l’errore medico).FacebookApre in una nuova finestraWhatsAppApre in una nuova finestraTwitterApre in una nuova finestragoogle_plusApre in una nuova finestraSharePubblicato29 Maggio 2018AutoremarceellopamioCategorieFarmaciSaluteTagcause iatrogeneerrori camici bianchierrori mediciiatrogeneiatrosmortalit

Piu’ si beve latte e piu’ calcio si perde.

Più si beve latte e più calcio si perde dalle ossa: parola del British Medical Journal

AutoremarceellopamioPubblicato29 Maggio 2018Apre in una nuova finestraApre in una nuova finestraApre in una nuova finestraApre in una nuova finestraShare

Marcello Pamio

Non esiste alimento migliore. Il latte che sgorga dalle mammelle è da sempre raccomandato da medici e nutrizionisti per il fabbisogno proteico e soprattutto per l’apporto di calcio, minerale questo fondamentale per far crescere e mantenere in salute la struttura ossea.
Fin qui nulla da eccepire se si trattasse del latte di mamma e se le mammelle fossero di una bella madre e non di una vacca ingravidata artificialmente.
Questa premessa è obbligatoria perché ancora oggi c’è chi confonde le due cose. Si confonde il latte materno, vero e unico nutrimento basilare per il sano e corretto sviluppo del neonato d’uomo, con il latte di vacca, alimento predisposto esclusivamente per la crescita rapidissima dei vitelli.

Confusione questa assai pericolosa per la salute umana, ma ormai incarnata nell’inconscio collettivo per la gioia delle lobbies alimentari e farmaceutiche.
Per fortuna sempre più studi scientifici stanno evidenziando e sottolineando tale rischio, affermando che il latte vaccino non va bene per l’alimentazione umana.
L’ennesima ricerca arriva dalla svedese università di Uppsala è ed stata pubblicata su uno dei giornali scientifici più accreditati al mondo, il British Medical Journal.
Nello studio vengono presi in esame due grandi coorti composte da 61.433 donne (dai 39 ai 74 anni) e 45.339 uomini (dai 45 ai 79 anni), monitorati per ben 20 anni.

Durante il follow-up medio di 20 anni, 15.541 donne sono morte e 17.252 hanno avuto una frattura ossea, delle quali 4.259 all’anca. Per gli uomini in un follow-up medio di 11,2 anni, 10.112 sono morti e 5.066 hanno avuto una frattura, dei quali 1.116 all’anca.
Le conclusioni dello studio svedese non lasciano spazio a nessun dubbio: i ricercatori hanno scoperto che non solo non vi è stata alcuna riduzione delle fratture ossee nelle persone che hanno consumato latte, ma addirittura nelle donne il consumo stesso di latte è stato associato ad una maggiore probabilità di subire una frattura.
Le persone che hanno bevuto tre bicchieri o più di latte al giorno avevano il doppio delle probabilità di morire presto rispetto a chi ne aveva consumato meno di uno.

L’autore dello studio, il professor Karl Michaelsson, spiega che i loro risultati “possono mettere in dubbio la validità delle raccomandazioni su un consumo elevato di latte per prevenire le fratture da fragilità. Un maggior consumo di latte nelle donne e uomini non è accompagnato da un minor rischio di frattura. Invece può essere associato ad un più alto tasso di morte”.
Ma non ci hanno sempre detto che per prevenire l’osteoporosi bisogna bere tanto latte e mangiare tanti formaggi?
Questa cosa è risaputa da sempre in chi si occupa seriamente di nutrizione umana, mentre è ancora un’eresia da estirpare con ogni mezzo per coloro che studiano sui libri scritti dalle lobbies farmaceutiche e si basano sulle piramidi alimentari redatte dalle industrie alimentari!

A parte le sterili diatribe sul latte sì o latte no, i dati parlano chiaro: nei paesi maggiori consumatori di latte e latticini vi è il maggior numero di fratture ossee. E questo è un dato di fatto assodato.
Come si spiega? Come la mettiamo?

Semplicissimo: da una parte l’elevato contenuto del lattosio, lo zucchero del latte che crea un ambiente acidificante dato che a livello intestinale viene degradato ad acido lattico, e tale ambiente fa aumentare le infiammazioni e lo stress ossidativo. Condizioni queste alla base di un maggior rischio di mortalità e paradossalmente di fratture ossee.
Nella medesima ricerca tale associazione di rischio è stata osservata anche con l’assunzione dei derivati del latte come i formaggi, anche se in questo caso sono andati coi piedi di piombo per non andare a cozzare esageratamente contro interessi economici enormi (industria casearia).

E’ bene ricordare che il latte di un mammifero è specie-specifico quindi adatto e perfetto per il cucciolo di quella specie. Il latte di donna per esempio è perfetto per il neonato dell’uomo, la cui crescita è molto lenta, mentre il latte di vacca è perfetto per far crescere molto velocemente il vitello. Un neonato in sei mesi raggiunge il peso di circa 7/8 kg, mentre nello stesso periodo il vitello oltre 300 kg.
Quindi è normale che il latte vaccino contenga livelli spropositati di ormoni della crescita (estrogeni ma non solo), cosa che non ha il latte umano. Questo esubero di ormoni andrà a squilibrare in senso negativo la funzionalità delle ghiandole endocrine e tutto il delicatissimo asse ormonale umano (ipofisi, tiroide, seni, ovaie, testicoli, prostata, ecc.).

Altre ricerche hanno riscontrato che il latte delle vacche da allevamento intensivo (tutto il latte venduto nella grande distribuzione) contiene un ormone, l’estrone solfato, in maniera 33 volte superiore a quello delle vacche che producono latte normalmente.
L’estrone solfato è imputato di essere la causa di numerosi tumori ormono-sensibili: seno, prostata, testicoli e colon…

Un altro fattore imputato nei tumori al seno e alla prostata è l’Insulin-like Growth Factor (IGF-1). Questo ormone, isolato nel latte vaccino, è stato ritrovato a livelli plasmatici elevati nei soggetti che consumano regolarmente latticini. Altri principi nutritivi che aumenterebbero i livelli di IGF-I sono pure presenti nel latte vaccino.
La d.ssa Susan Hankinson di Harvard ha dimostrato che le donne sotto i 50 anni con i tassi di IGF-1 più elevati hanno un rischio 7 volte maggiore di contrarre il cancro al seno rispetto a donne con valori bassi. Stessa cosa per il cancro alla prostata, solo che in questo caso gli uomini con maggior IGF avevano un tasso di rischio fino a 9 volte maggiore.

Infine il latte vaccino è un alimento difficilmente digeribile e assimilabile per il nostro metabolismo in quanto sempre più spesso l’uomo è privo dei due enzimi basilari imputati a questo compito: la rennina e la lattasi.
L’intolleranza al lattosio colpisce il 95% dei soggetti asiatici, il 74% dei nativi americani, il 70% degli africani, il 53% dei messicani e il 15% dei caucasici. Non esiste al mondo una sostanza intollerante quanto il latte vaccino. Ci sarà un motivo oppure no?
Senza questi enzimi o con una loro carenza, le proteine e gli zuccheri del latte non sono correttamente digeribili e possono creare nel tempo seri problemi all’organismo (problemi gastro-intestinali, diarrea, flatulenza, morbo di crohn, ecc.).

La medicina naturale sa queste cose da sempre, mentre la medicina allopatica è ancora dell’idea che il latte vaccino sia l’alimento perfetto per l’essere umano, l’alimento che protegge le ossa dall’osteoporosi…
E questo anche se, come dice l’oncologo Franco Berrino, “non esiste un solo studio che abbia documentato che una dieta ricca di latticini in menopausa sia utile ad aumentare la densità ossea e a prevenire le fratture osteoporotiche”. Invece ciò che è risaputo è che “la frequenza di fratture in menopausa è tanto maggiore quanto è maggiore il consumo di carne e di latticini”.

Esattamente il contrario di quello che ci viene detto.
Beata ignoranza…

Lo studio è pubblicato nel sito ufficiale del British Medical Journalwww.bmj.com/content/349/bmj.g601

Medicine letali e crimine organizzato.

Medicine letali e crimine organizzato

AutoremarceellopamioPubblicato29 Maggio 2018Apre in una nuova finestraApre in una nuova finestraApre in una nuova finestraApre in una nuova finestraShare

Marcello Pamio

“Le aziende farmaceutiche non meritano più la nostra fiducia
per la loro arroganza e per il loro palese disinteresse
per la salute della popolazione”
Drummond Rennie, vicepresidente del JAMA

L’ultimo libro del dottor Peter C. Gøtzsche, “Medicine letali e crimine organizzato” è inquietante.
Se non fosse stato scritto da uno scienziato di fama internazionale il cui curriculum professionale è inossidabile e inattaccabile verrebbe da non crederci.
Due lauree (medicina e chimica) hanno permesso a Gøtzsche di lavorare direttamente per le aziende farmaceutiche sia come informatore impegnato a lanciare i nuovi farmaci sia come responsabile del prodotto. Quindi uno che conosce molto bene come funziona il Sistema dal di dentro…
Ha diretto inoltre il prestigioso e indipendente Nordic Center della Cochrane Collaboration (1).

Nel libro Gøtzsche spiega dettagliatamente, studio dopo studio come le aziende farmaceutiche sono riuscite a nascondere il fatto che i farmaci, al pari del tabacco, sono uno dei killer più spietati al mondo.
Le industrie grazie a comportamenti fraudolenti sia nel campo della ricerca che della promozione commerciale hanno sempre nascosto la letalità dei loro prodotti, e non appena emergono dati convincenti sulla loro pericolosità, vengono puntualmente realizzate ricerche di scarsissima qualità, spesso falsificandole, che arrivano a conclusioni opposte, generando volutamente confusione sia nell’opinione pubblica che nel mondo medico.
Così facendo le aziende guadagnano tempo e le persone continuano a prendere farmaci e a morire…

Le organizzazioni criminali
Per comprendere i livelli di corruzione e amoralità che circolano nelle sale ovali delle principali multinazionali ecco un elenco incompleto di condanne che hanno ricevuto.
Questo è solo uno dei tantissimi motivi delineati magistralmente nel libro che permettono al dottor Gøtzsche di paragonare le lobbies della chimica e farmaceutica alle organizzazioni criminali. Anzi, queste ultime uccidono di meno.
Le multe sono state affibbiate per truffe vere e proprie, corruzione di medici, omissioni volontarie di eventi avversi, prescrizioni off-label (fuori dalle indicazioni terapeutiche), promozioni illegali e informazioni ingannevoli.

Pfizer: 2,3 miliardi di dollari nel 2009; Novartis: 423 milioni di dollari nel 2010; Sanofi-Aventis: 95 milioni di dollari nel 2009; Glaxo-SmithKline: 3 miliardi di dollari nel 2011; AstraZeneca: 520 milioni di dollari nel 2010; Johnson & Johnson: 1,1 miliardi di dollari nel 2012; Merck: 670 milioni di dollari; Eli Lilly: 1,4 miliardi di dollari nel 2009; Abbott: 1,5 miliardi di dollari nel 2012.

Dei 165 procedimenti giudiziari conclusisi con un patteggiamento (dal 1991 al 2010) le lobbies hanno sborsato 20 miliardi di dollari di sanzioni. A questi si devono aggiungere fino a luglio 2012 altri patteggiamenti per un totale di 10 miliardi di dollari.
Negli ultimi 15 anni, solo di patteggiamenti le cifre si aggirano sui 30 miliardi di dollari!

Guerra ai generici
I farmaci generici (stesso principio chimico ma molto meno cari perché il brevetto è scaduto) possono essere tenuti fuori dal mercato con una strategia in stile mafioso. Basta che un’azienda avvii una causa legale contro il produttore del generico, accusandolo di aver violato la legislazione sui brevetti, anche se l’accusa è del tutto priva di fondamento. L’autorizzazione per il generico slitta negli Stati Uniti automaticamente di ben 30 mesi.
In questo modo riescono a tenere per diversi anni l’esclusiva sulle proprie molecole anche dopo la scadenza dei brevetti. Impediscono di fatto l’utilizzo commerciale dei farmaci generici provocando un danno economico enorme ai vari sistemi sanitari e alle persone.
Un’altra strategia commerciale sfrutta la stereoisomericità delle molecole. I farmaci infatti sono stereoisomeri, cioè composti da due metà speculari, dal punto di vista chimico, di cui solo una metà è farmacologicamente attiva.

Quando il brevetto del farmaco originale sta per scadere la società mette sotto brevetto la metà attiva delle due. Modificano il nome, aggiungendo per esempio una o più lettere davanti al nome vecchio, e il farmaco-fotocopia viene immesso nel mercato per altri decenni. In questo modo ogni singolo farmaco viene brevettato per almeno due volte.
Il citalopram (scaduto) è diventato escitalopram.

Un’altra strada è rimettere il farmaco in commercio ma per un altro disturbo.
L’olanzapina era un principio attivo molto datato e quando il suo brevetto era prossimo alla scadenza, la Eli Lilly riuscì ad ottenere un nuovo brevetto dimostrando che il farmaco induce un aumento del colesterolo nei cani inferiore però a quello di un altro farmaco che non è mai stato autorizzato. Tutto questo è folle, anche perché l’olanzapina aumenta il colesterolo più di quasi tutti i farmaci in commercio!
Ma questo poco importa perché grazie ad una campagna di marketing spietata lo Zyprexa (nome commerciale dell’olanzapina) è divenuto l’antipsicotico più usato al mondo e nel 2005 ha portato ricavi per 4,2 miliardi di dollari.

Non tutti sanno che i farmaci fortemente innovativi nascono quasi tutti dalle ricerche pubbliche e non private. Tutta la ricerca di base che ha consentito alla medicina moderna di progredire è stata realizzata dal settore no-profit (università, centri di ricerca, laboratori finanziati dai governi). Circa 15 dei 21 farmaci più importanti entrati nel mercato statunitense dal 1965 al 1992 sono stati sviluppati da finanziamenti federali.
Le aziende farmaceutiche investono nella ricerca di base per la scoperta di nuove molecole e di nuovi vaccini solo l’1% dei loro profitti, la maggior parte dei soldi li usano infatti per il marketing.

Manipolazione degli studi
Attualmente il solo requisito che viene considerato vincolante per stabilire se un farmaco è efficace è la presenza di un effetto statisticamente significativo in soli due studi clinici randomizzati e controllati (dalle aziende stesse) a confronto con il placebo. Questo obiettivo è facilmente raggiungibile, anche perché se l’azienda non raggiunge il proprio obiettivo può continuare a realizzarne altri, fino al momento in cui ce ne sono almeno due che cedono alle sue insistenze…
La comparazione con il placebo non ci dice nulla purtroppo se il nuovo farmaco è migliore o peggiore di un farmaco già in commercio.

Le aziende dispongono di svariate tecniche per manipolare gli studi clinici randomizzati che finanziano. Possiedono vari sistemi per ingannare le agenzie di controllo e far approvare farmaci pericolosissimi per la salute umana.
Per esempio se le dimensioni del campione sono sufficientemente ampie, uno degli effetti del farmaco assumerà valori statisticamente significativi e il farmaco verrà approvato anche se è pericoloso per la salute pubblica.
La storia ci insegna che sono tantissimi i farmaci entrati in commercio e poi ritirati dopo aver causato vere e proprie stragi. Sanno che un farmaco rischia di uccidere centinaia di migliaia di persone? Nessun problema, ai produttori non importa nulla, se quel farmaco farà incassare miliardi di dollari.
Si calcola il Vioxx della Merck abbia ucciso oltre 120.000 persone; il Celebrex della Pfizer circa 80.000, ecc. ecc.
Questi semplici due casi dimostrano che i FANS sono un gruppo di farmaci ad alta letalità, mentre la pubblicità e il marketing hanno spinto i medici, col supporto di reumatologi venduti a prescriverli per qualsiasi forma di dolore.

Poi c’è tutto il mondo delle scorrettezze scientifiche come far sparire i dati raccolti nello studio se non sono in linea con i risultati desiderati.
Negli studi controllati, lo dice il nome stesso, è possibile controllare e manipolare ogni risultato.
I dati infatti sugli studi parlano da soli: i risultati sono più favorevoli per il farmaco valutato se l’azienda che lo produce è quella che finanzia lo studio (20 volte più favorevoli del previsto).
E’ davvero incredibile che si sia arrivati ad accettare un sistema in cui le aziende fanno la parte sia dei giudici che dell’imputato, e chi ne paga le spese siamo noi.

Ghostwriters
Il livello dell’attuale ricerca è così corrotto che esistono autori invisibili direttamente stipendiati dalle aziende farmaceutiche che sfornano revisioni e articoli secondari in modo da inondare e deviare il mondo accademico.
Questa prassi produce gravi danni alla sanità pubblica dal momento che spinge i medici verso conclusioni sbagliate sui benefici e svantaggi dei farmaci. Si tratta di una vera e propria truffa.

In pratica la divisione marketing produce articoli scritti da autori aziendali, ma questi verranno poi firmati da importanti e autorevoli professori e baroni universitari, i quali ricevono una lettera con l’offerta di decine di migliaia di dollari semplicemente per firmare con il proprio nome un articolo che tesse le lodi del nuovo farmaco!
Questi medici venduti avvallano il farmaco basandosi su studi scritti dalle stesse aziende (spesso neppure letti), in un conflitto di interessi pericolo per la salute dei pazienti.
Poi la maggior parte dei medici in buona fede credendo che gli articoli scientifici siano stati scritti dai colleghi più autorevoli, prescriveranno il farmaco….

Corruzione dei medici
Con l’informatizzazione della vita umana le aziende riescono a sapere ogni settimana tutti i dati relativi alle prescrizioni farmaceutiche effettuate da ogni singolo medico. In questo modo sono in grado di tenere sotto controllo e verificare come stanno lavorando i loro medici. Se lavorano bene oppure no. Se meritano premi, soldi oppure no.
Negli USA le farmacie non forniscono i nomi dei medici, ma solo il loro numero di codice.
Sapete chi vende alle aziende i nominativi dei codici corrispondenti? L’AMA, l’Associazione dei Medici Americani. Solo nel 2005 l’AMA ha dichiarato profitti per 44 milioni di dollari dalla vendita dei propri database. Ecco a cosa serve la casta dei camici bianchi, il sindacato dei medici americani: a vendere i dati personali dei medici.
Non c’è nulla da stupirsi se teniamo conto che per molti decenni l’AMA ha negato il collegamento tra fumo e salute e questo soltanto perché riceveva decine di milioni di dollari dalle lobbies del tabacco.
Le industrie ovviamente puntano tutto sui medici perché sono loro che prescrivono le droghe.
Circa 20 anni fa l’investimento annuale delle lobbies oscillava già tra gli 8000 e i 15000 euro a singolo medico, oggi tale investimento supera il miliardo di dollari, solo negli States.

Promozione illegale dei farmaci
La forma peggiore di prostituzione dei medici è il loro supporto alla promozione illegale dell’utilizzo dei farmaci al di fuori delle indicazioni autorizzate (off-label).
Prescrivere un farmaco fuori dalle indicazioni per il quale è stato autorizzato significa allargare immensamente il mercato, ma tale promozione espone i pazienti ai gravi effetti avversi, senza che vi sia alcuna garanzia di un qualche beneficio. Queste attività criminali che si sono lentamente espanse (come si evince dall’elenco delle condanne), hanno prodotto moltissime vittime, uccise da infarti e ictus o danneggiate in modo permanente a livello di sistema nervoso.

La psichiatria è il gotha delle aziende
La psichiatria è diventata il paradiso delle aziende perché le definizioni dei disturbi psichiatrici sono vaghe e facilmente manipolabili. Gli psichiatri non a caso ricevono dalle aziende farmaceutiche più denaro dei colleghi di qualsiasi altra branca della medicina.
A livello internazionale la psichiatria basa le diagnosi sul DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, in pratica un documento basato sul consenso degli esperti e come tale non ha NULLA di serio e scientifico. Il livello di confusione e incompetenza è tale che il DSM non è in grado di definire neppure quale sia la natura di un disturbo mentale!

Ma il DSM è funzionale al Sistema perché ha contribuito a scatenare svariate epidemie di falsi positivi sulla base di definizioni troppo vaghe, come per esempio l’ADHD e il disturbo bipolare giovanile. Da quando è stato inserito nel manuale il disturbo bipolare nell’infanzia le diagnosi sono aumentate di 35 volte negli ultimi 20 anni negli Stati Uniti.
La situazione è così grave che nel 2009 al primo posto nella classifica dei farmaci più venduti c’erano gli antipsicotici, mentre gli antidepressivi erano al quarto posto, preceduti da quelli per ridurre i colesterolo (statine) e gli inibitori di pompa (antiacidi).
I farmaci a livello psichiatrico sono certamente i più pericolosi di tutti.

Per esempio gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) sono simili alle anfetamine, e vengono usati per la depressione e l’ADHD, ma provocano il disturbo bipolare.
Il termine Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina (SSRI) è stato ideato dalla SmithKline Beecham (oggi Glaxo). Nonostante questi farmaci non abbiano nulla di selettivo e nulla di specifico è purtroppo diventata la definizione di queste droghe. La loro funzione è quella di ridurre il numero dei recettori cerebrali della serotonina e quando il farmaco viene bruscamente interrotto le persone iniziano a sentirsi male, esattamente come un drogato o un alcolista in crisi di astinenza. Gli effetti collaterali sono numerosissimi e devastanti (agitazione, irrequietezza, attacchi di panico, insonnia, aggressività, idee suicidarie, allucinazioni, violenza, ecc.).

La bufala dello squilibrio chimico
La psichiatria invece di comprendere le esperienze dei propri pazienti si è trasformata in una disciplina fondata sui questionari. Per una diagnosi basta una breve visita di 10-15 minuti al termine della quale al paziente verrà detto che dovrà prendere un farmaco per rimettere a posto lo “squilibrio chimico cerebrale” per tutto il resto della vita.
La favola dello squilibrio chimico viene raccontata per spiegare l’azione degli psicofarmaci, ma si tratta di una bufala perché NON è mai stato dimostrato che una qualsiasi delle principali patologie psichiatriche sia determinata da un difetto biochimico e infine NON esiste alcun test biologico che lo dimostri.
Gli psicofarmaci quindi non correggono uno squilibrio ma lo provocano, ecco perché è così difficile sospenderli. Infine possono favorire azioni violente, suicidi e omicidi compresi.

I farmaci uccidono più della malavita
Sono almeno 100.000 le persone che ogni anno solo negli Stati Uniti muoiono a causa dei farmaci che assumono. Ce ne sono altri 100.000 che muoiono per errori, quali l’eccessivo dosaggio o l’utilizzo di un farmaco in presenza di controindicazioni specifiche.
Poiché almeno un terzo delle morti avviene in ospedale, queste percentuali ci portano a una stima sicuramente in difetto, di almeno 200.000 americani che muoiono ogni anno per i farmaci.
Anche in Europa la Commissione ha stimato attorno ai 200.000 i cittadini europei che muoiono per eventi avversi dei farmaci.
Questi dati significano solo una cosa: negli Stati Uniti e in Europa i farmaci sono la terza più importante causa di morte dopo le patologie cardiovascolari e il cancro!
E’ probabile che il numero reale sia superiore, anche perché nelle schede di morte degli ospedali e dei medici legali, le morti che derivano dai farmaci prescritti (vedi chemio) sono spesso attribuite a cause naturali o sconosciute, visto che non sono facili da dimostrare.

Se un’epidemia letale delle stesse dimensioni fosse stata provocata da un batterio avremmo fatto di tutto per riportarla sotto controllo. Con i farmaci no, come mai?
Inoltre va tenuto presente che oltre ai morti ci sono milioni di persone che ogni anno vengono colpite da eventi avversi molto gravi e invalidanti.
Quella dei farmaci antitumorali è una delle aree cui si verifica una vera e propria situazione disastrosa. In questo campo i vincoli che le agenzie impongono sono pressoché nulli: questi farmaci (tra i più tossici e pericolosi in commercio) vengono autorizzati sulla base di studi clinici con un solo braccio di trattamento (quando il minimo sarebbe due). Questo non consente di avere un’idea precisa della capacità di aumentare o diminuire la mortalità.
Una ricerca che ha preso in esame i 12 farmaci antitumorali che sono stati autorizzati in Europa dal 1995 al 2000 ha dimostrato che nessuno di essi portava a risultati decisamente migliori, ma che in compenso costavano centinaia di volte di più rispetto a farmaci già disponibili.
Il tutto per la gioia delle industrie produttrici.

Conclusione
La strategia messa in atto dalle lobbies è perfetta e diabolica: controllano e manipolano gli studi clinici, corrompono le agenzie di controllo, comprano i giornalisti e i medici, e infine riescono a convincere le persone sane che sono malate e che hanno bisogno di prendere sempre più farmaci.
Il motivo per cui assumiamo sempre più farmaci è che le aziende farmaceutiche non vendono farmaci, ma bugie sui farmaci! Quasi tutto quello che possiamo sapere infatti su un farmaco è quello che le stesse aziende produttrici hanno deciso di far sapere a noi e ai medici…

(1) La Cochrane Collaboration è un’organizzazione senza fini di lucro nata a Oxford nel 1993 che coinvolge circa 30.000 persone e le revisioni sono diventate oltre 5000.Apre in una nuova finestraApre in una nuova finestraApre in una nuova finestraApre in una nuova finestra

Marcatori tumorali ..e creazione di malati.

Marcatori tumorali….e creazione di malati

AutoremarceellopamioPubblicato28 Maggio 2018FacebookApre in una nuova finestraWhatsAppApre in una nuova finestraTwitterApre in una nuova finestragoogle_plusApre in una nuova finestraShare


Marcello Pamio

Nell’ultimo libro “La fabbrica dei malati” mi sono occupato della più importante strategia di marketing (“Disease mongering”) messa in atto dall’industria del farmaco. Una strategia diabolica in grado di trasformare milioni di persone sane in malati. Com’è possibile tutto ciò? Attraverso un sistema geniale che va dall’abbassamento dei cosiddetti valori di “normalità”, alla diagnosi precoce per giungere creazione vera e propria di nuove malattie. Per non parlare del grossissimo problema della sovradiagnosi e degli incidentalomi.
I markers tumorali, se usati non correttamente, rientrano in tutto ciò…

Cosa sono i markers
La presenza di un tumore può essere rivelata attraverso il dosaggio di particolari sostanze dette appunto marcatori presenti nel sangue. Per lo più si tratta di proteine, ma possono essere anche ormoni o enzimi.
Il dogma della medicina vuole che queste proteine vengano prodotte in quantità superiore alla norma dalle cellule tumorali per cui il loro dosaggio nel sangue serve proprio per cercare e individuare il tumore osservandone le evoluzioni.
Non tutti sanno però che tali markers vengono prodotti anche da cellule in condizioni totalmente diverse dai tumori e perfino in salute…
Vediamo quali sono i marcatori più utilizzati.

PSA, Antigene Prostatico Specifico: per il tumore alla prostata, livelli normali < 4 ng/dL.
Aumenta in caso di neoplasia prostatica, ma anche nella ipertrofia prostatica benigna, prostatite, esplorazione rettale, cistoscopia, agobiopsia prostatica e resezione prostatica trans-uretrale.

CA 125: per il tumore all’ovaio, livelli normali < 35 U/ml.
Aumenta in caso di cancro ovarico, polmonare, linfomi non-Hodgkin (40% dei casi) e affezioni benigne quali endometriosi, cisti ovariche, mastopatia fibrocistica, cirrosi epatica, pancreatite acuta  e addirittura in gravidanza. Valori falsamente positivi si possono trovare anche in presenza di versamento pleurico.

CA 15-3: per il tumore alla mammella, livelli normali < 25 U/ml.
Aumenta in caso di carcinoma mammario, cancro ovarico, colorettale, polmonare, patologie benigne del seno, malattie epatobiliari e malattie autoimmunitarie. Valori falsamente positivi possono essere causati da patologie reumatiche.

CA 19-9: per i tumori del colon-retto oppure del pancreas, livelli normali < 37 U/ml.
Aumenta in caso di cancro pancreatico, gastrico, colorettale, melanoma e patologie benigne (malattie epatobiliari e polmonari). Circa l’1% dei soggetti normali ha un CA 19-9 costituzionalmente elevato, per motivi genetici.

CEA, Antigene Carcino Embrionale: per i tumori del tratto gastro-intestinale e polmonari, livelli normali < 5 ng/ml.
Aumenta in caso di cancro colorettale, mammella, polmone, stomaco, pancreas, fegato, malattie infiammatorie intestinali, epatobiliari e lesioni polmonari benigne. Anche il fumo di sigaretta può farlo aumentare!

TPA (Antigene Polipeptidico Tessutale), TPS e Cyfra 21.1: sono citocheratine utilizzate come marcatori tumorali, la loro concentrazione è proporzionale alla massa del tumore e alla sua aggressività.

PAP, Fosfatasi acida prostatica: per i tumori alla prostata, livelli normali < 3,7 μg/l.
E’ una glicoproteina secreta dalle ghiandole prostatiche, presente nel liquido seminale. Aumenta in caso di carcinoma prostatico in fase metastatica (85% dei casi) ma anche negli adenomi benigni della prostata, prostatite, ritenzione urinaria e raramente carcinoma vescicale invasivo con infiltrazione prostatica. Anche la manipolazione della prostata attraverso massaggi, biopsie o esami rettali può incrementarne i livelli.

AFP, Alfa-FetoProteina: per i tumori al fegato, del testicolo e dell’ovaio, livelli normali < 25 mcg/L.
Aumenta in caso di carcinoma epatocellulare (80% dei casi), cancro testicolare di tipo non-seminoma (60% dei casi), tumori ovarici, dello stomaco e del colon. I suoi valori sono elevati anche in gravidanza, sofferenza fetale, difetti di chiusura del tubo neurale, cirrosi epatica, epatite virale e morbo di Crohn.

HCG, Gonadotropina Corionica: è un ormone correlato all’inizio della gravidanza e viene dosato per i tumori germinali del testicolo e dell’ovaio.

TG, Tireoglobulina: marcatore per il tumore alla tiroide, livelli normali < 10 ng/ml.
Aumenta in caso di cancro tiroideo e patologie benigne della tiroide (tiroidite, gozzo, morbo di Basedow).

CT, Calcitonina: per il tumore midollare alla tiroide, livelli normali < 0.1 ng/ml.
E’ un ormone polipeptidico prodotto dalle cellule C della tiroide. Aumenta in caso di carcinoma midollare della tiroide e raramente anche con altri tipi di tumore.

NSE: per il microcitoma polmonare e neuroblastoma, livelli normali < 12 mcg/l.
Aumenta in caso di neoplasie di origine neuroendocrina, microcitoma polmonare e neuroblastoma.

A caccia del marker specifico
La ricerca medica da sempre è a caccia del marcatore tumorale specifico al 100%.
Il valore che garantisca la diagnosi tumorale certa rappresenta il sogno per molti ricercatori e medici. Sogno però diventato un incubo perché i marker non sono né sensibili, né specifici!
Nessuno dei marcatori tumorali che oggi la medicina conosce e utilizza è una prerogativa specifica del tumore in quanto sono tutte sostanze presenti anche in altre condizioni, perfino nell’assoluta normalità.
Quindi il marcatore tumorale qualitativo, cioè presente solo nel tumore NON esiste!

Storia dei markers tumorali
La storia dei marcatori inizia nel 1965 quando due ricercatori americani scoprirono nelle cellule di alcuni tumori del colon una sostanza CEA che si dimostrava correlata con la malattia.
Questo antigene era presente nel tessuto tumorale e anche nel sangue dei malati con il tumore al colon. Sembrava la scoperta del secolo: una proteina poteva indicare la presenza o meno di un tumore. Successivamente si scoprì che questo antigene veniva prodotto in piccole quantità anche da tessuti sani e si riscontrava in presenza di altre e completamente diverse neoplasie (mammella, polmone, apparato urinario, pancreas e stomaco).
Crollato il mito della specificità del CEA, la batosta più grossa arrivò quando i ricercatori scoprirono che l’antigene è prodotto in alte dosi anche in malattie non tumorali come le infiammazioni acute e croniche del fegato.

Sensibilità e specificità dei markers
Per valutare correttamente l’adeguatezza di un marcatore tumorale è necessario conoscerne la sensibilità e specificità.
Per sensibilità s’intende la capacità di rilevare la presenza di tumore. Per esempio se un marker ha una sensibilità del 70% significa che è capace di rilevare la presenza del tumore nel 70% dei pazienti affetti, ma questo significa che 30 pazienti su 100 avranno valori normali del marker in presenza di un tumore (“falsi negativi”).
La specificità è invece la capacità del marker di essere elevato solo in caso di neoplasia e assente in altre malattie. Se un marker ha una specificità del 70% sarà positivo nel 70% dei casi per una specifica neoplasia, ma questo significa che 30 pazienti su 100 avranno livelli elevati del marker in presenza di un diverso tipo di tumore o di una patologia benigna (“falsi positivi”).
La conseguenza è che i markers tumorali non hanno mai una sensibilità e una specificità del 100%.
Questi sono alcuni dei motivi per cui i markers tumorali non vanno usati per la diagnostica oncologica ma per verificare l’andamento della terapia nel follow-up: l’abbassarsi o l’elevarsi dei livelli riflette l’andamento clinico della neoplasia.

Andamento clinico della neoplasia
La medicina allopatica ha una visione estremamente riduttiva della Vita e della malattia perché considera quasi esclusivamente “la progressione del tumore”. Non importa minimamente tutta la storia della persona, la complessità del suo mondo psichico, energetico, relazionale, ambientale (compresa naturalmente l’alimentazione) e anche la sua realtà spirituale.
Quello che conta è un numero che sale e scende.
Questa visione limitante e deviante si chiama “riduzionismo scientifico”.
L’essere umano con tutta la sua complessità è stato ridotto ad un ammasso di cellule, ormoni: a un numero, il marcatore…

Falsi positivi e negativi
Ogni esame diagnostico in quanto tale ha sempre una percentuale di falsi positivi e falsi negativi.
La definizione della soglia di normalità del marcatore tumorale non esclude la possibilità di commettere gravissimi errori di classificazione e diagnosi.
Valore negativo di un marcatore tumorale (per la medicina assenza di malattia) non esclude infatti la presenza di un tumore, ma può essere dovuto per esempio a un tumore piccolo o a un tumore molto grosso poco vascolarizzato o alla prevalenza nel tumore di cellule che non rilasciano il marcatore. Questi sono i falsi negativi: il tumore c’è ma l’esame non lo vede.
Valori positivi di un marcatore tumorale (per la medicina presenza di malattia) può essere dovuto a cause diverse dai tumori come: patologie benigne acute o croniche di tipo infiammatorio, stili di vita errati come fumo o alcool, sport estremi, manovre diagnostiche, interventi chirurgici, ecc.
Questi sono i falsi positivi: il marcatore è alto ma il problema non è un tumore e spesso non c’è nessuna patologia!
I falsi positivi e negativi vanno tenuti in seria considerazione quando si eseguono esami diagnostici.

Esempio di marker contradditorio
Due semplici esempi potranno spiegare come un marcatore oncologico se interpretato in maniera non corretta può trasformarsi in uno strumento molto pericoloso.
Nel sito www.cancerquest.org della Emory University è stato pubblicato un intero capitolo sul marcatore CA 125.
Come detto si tratta di una glicoproteina prodotta dall’utero, dalla cervice uterina, dalle tube di Falloppio e dalle cellule che rivestono gli organi delle vie respiratorie e dell’addome.
Quando uno di questi tessuti è danneggiato o semplicemente infiammato si possono trovare quantità di questa proteina nel sangue.
A livello internazionale quando i livelli del marker superano 35 U/mL si è in presenza di tumore.
Il problema sta proprio nell’interpretare correttamente il CA 125 perché un alto valore NON è sempre correlato al cancro. Livelli alti si possono avere in gravidanza, durante il ciclo mestruale, con una patologia epatica oppure una endometriosi.
Non a caso la maggior parte delle donne che presentano valori alti di CA 125 non sono assolutamente affette da patologie tumorali.
Infine va tenuto conto che meno della metà dei casi di cancro ovarico in stadio precoce inducono un diretto aumento del livello di CA 125 nel sangue. Questo significa che nel 50% delle donne con cancro ovarico il livello del marcatore non cresce e quindi non è riscontrabile (falso negativo).
L’utilità di un’analisi che confonde molto facilmente un tumore allo stato precoce con altri eventi naturali è assai discutibile e pericolosa.
La conclusione dei ricercatori della Emory University è che “attualmente il test del CA 125 non è un’analisi raccomandata per uno screening a larga scala per il cancro delle ovaie”.

Marker & paura…
La paura è un meccanismo perfetto previsto dalla natura. Ogni animale selvatico e un po’ anche quelli addomesticati ne è provvisto. Questa emozione gioca un ruolo fondamentale: tenere l’essere umano sul “chi va là” per sopravvivere ai pericoli che lo circondano.
In natura tutto è straordinariamente semplice: se si sta attenti si sopravvive, altrimenti si muore (1).
Poiché la paura ci avverte di un pericolo, se il pericolo non c’è, la paura non si manifesta.
Queste conoscenze sono molto note al Potere che ci manipola, il quale proprio per mantenere il controllo sulla popolazione ha sviluppato numerose tecniche mediatiche per tenere sempre viva e accesa la fiamma che nutre la paura (terrorismo, attentati, guerre, pestilenze, malattie, surriscaldamento globale, scioglimento dei ghiacciai, ecc.). Basta accendere la tivù per capacitarsene.

Vi è anche un aspetto più sottile relativo alla paura che è tipico dell’essere umano.
La paura per esistere ha bisogno della controparte, cioè il pericolo.
Se abbiamo paura di qualcosa è possibile creare noi stessi il pericolo (la controparte) così da giustificare il timore.
Lo scopo del presente è di spiegare che i marker aumentano anche in totale assenza di tumore. Mentre a livello generale il mantra ufficiale che ci hanno inculcato per bene fin dentro l’inconscio è esattamente il contrario: i marker aumentano in presenza di tumore.
Se è vero che la paura per esistere ha bisogno della controparte pericolo, è logico dedurre che se si ha paura di vedere i marker aumentare, ciò potrebbe accadere realmente…
Tutte le filosofie del mondo sanno che il pensiero crea e interagisce con la materia stessa. La fisica quantistica, che oggi sta avendo sempre più riconoscimenti dalla comunità scientifica, lo dice dall’inizio del secolo scorso: l’osservatore è in grado di influenzare il comportamento della particella osservata!

Conclusione
La conclusione è semplice e scontata: il dosaggio dei marcatori non deve essere fatto in ambito diagnostico. Anche se questa cosa puntualmente viene eseguita.
La totale mancanza di informazioni precise e consolidate circa il significato dell’incremento di un marcatore fa sì che in realtà essi vengano frequentemente utilizzati per decisioni cliniche in maniera soggettiva e spesse volte molto arbitraria.
I marcatori possono essere utili semmai per verificare l’efficacia delle terapie intraprese e seguire l’andamento della malattia e NON per diagnosticare una patologia!
D’altra parte vi è l’assoluto interesse economico e lobbistico da parte dell’industria chimico-farmaceutica affinché i marcatori vengano invece sempre più utilizzati nell’ambito degli screening, cioè per fare diagnosi, perché così facendo si creano sempre più malati.
La medicina non tenendo conto della complessa realtà della persona va riducendo tutto, vita compresa a un valore numerico (marcatore).
Il resto lo fa la PAURA…

(…)

Tratto dal libro di Marcello Pamio: “La fabbrica dei malati”, rEvoluzione edizioni

Cancro:la rivoluzione scientifica e il……

Cancro: la rivoluzione scientifica e il cambio di paradigma

AutoremarceellopamioPubblicato28 Maggio 2018FacebookApre in una nuova finestraWhatsAppApre in una nuova finestraTwitterApre in una nuova finestragoogle_plusApre in una nuova finestraCondividi

Marcello Pamio

A livello globale sta succedendo qualcosa di molto particolare: le più importanti riviste scientifiche accreditate (quelle col più alto Impact Factor, fattore d’impatto), stanno pubblicando studi e ricerche che minano alla base l’attuale paradigma.
La verità come si sa è figlia del tempo e stiamo assistendo ad un grande, strutturale e dirompente cambiamento scientifico. Il vecchio verrà spazzato via dal nuovo, che ci piaccia o no.
Gli accanimenti vergognosi che si stanno scatenando su tutti quei medici che in Scienza e Coscienza seguono le volontà dei propri assistiti e tralasciano i diktat delle industrie del farmaco vengono sistematicamente tacciati di ciarlataneria e pesantemente minacciati; gli attacchi mediatici dei media mainstream sulle persone che decidono di intraprendere altre strade aldilà della mortiferia chemio indicano esattamente questo.
Le persone stanno prendendo sempre più coscienza su vari fronti: i rischi delle vaccinazioni pediatriche, i grossissimi pericoli di chemio e radio, l’importanza di uno stile di vita sano in primis l’alimentazione, e questo sta facendo tremare il terreno sotto i piedi dell’Industria della malattia, che non guadagna se le persone rimangono sane!
Ricordiamo sempre che il pericolo più grande per il Sistema è il risveglio delle coscienze.

Gli studi qui sotto elencati rappresentano solo una piccolissima parte della mole di lavoro che è stata pubblicata ufficialmente.

Contributo della chemioterapia alla sopravvivenza a 5 anni
Clinical Oncology, dicembre 2004
Nel 2004 una delle più prestigiose riviste di oncologia del mondo, Clinical Oncology pubblica a firma di Grame Morgan (professore di radiologia al Royal North Shore Hospital di Sidney), Robyn Ward (professore oncologo dell’University of New South Wales) e Michael Barton (radiologo e membro del Collaboration for Cancer Outcome Research and Evaluation del Liverpool Health Service d Sidney), un imponente studio osservazionale della durata di ben 14 anni su 227.874 pazienti (72.903 australiani e 154.971 americani) sui 22 tipi di tumori più diffusi.
Il titolo è il “Contributo della chemioterapia citotossica alla sopravvivenza a 5 anni dei tumori in adulti”.
Quando i dati erano incerti gli autori hanno deliberatamente stimato in eccesso i benefici della chemioterapia. Nonostante questo lo studio ha concluso che la chemioterapia non contribuisce più del 2% alla sopravvivenza (Australia 2,3%, Stati Uniti 2,1%).
Molti medici continuano a pensare ottimisticamente che la chemioterapia citotossica possa aumentare significativamente la sopravvivenza dal cancro”, scrivono nell’introduzione gli autori.
“In realtà – continua il professor Grame Morgan – malgrado l’uso di nuove e costosissime combinazioni di cocktails chimici… non c’è stato alcun beneficio nell’uso di nuovi protocolli”.
La domanda che sorgere spontanea è: se la chemioterapia citotossica contribuisce nella sopravvivenza a 5 anni per un misero 2%, cos’è accaduto al rimanente 98% delle persone? Sono morti prematuramente? Sono morti per cancro o per la chemio?

Stimare la sovradiagnosi di tumore al seno negli screening
British Medical Journal, 9 luglio 2009
Il BJM pubblica una revisione sistematica a firma di Peter Gøtzsche il direttore del Cochrane Center di Copenhagen sullo screening mammografico.
Lo scopo era quello di stimare l’entità delle diagnosi di tumori innocui (in situ) che non provocano non solo la morte del paziente ma che non danno alcun sintomo, nei programmi di screening di massa.
La meta-analisi che ha revisionato i dati di Regno Unito, Canada, Australia, Svezia e Norvegia, ha stimato una sovradiagnosi del 52%.
Quindi la conclusione dei ricercatori è che “l’aumento di incidenza di cancro al seno è strettamente connessa con l’introduzione degli screening”.
Della serie: più screening facciamo e più tumori trovano.
Ma di quali tumori stiamo parlando? Piccoli tumori in situ che non creano nessun problema alla salute, possono rimanere nel seno per tutta la vita o addirittura venir riassorbiti, oppure si tratta di un cancro pericoloso? La diagnosi precoce non fa alcuna distinzione.
Per fortuna “1 su 3 dei tumori al seno rilevati è sovradiagnosi”, cioè non rappresenta un problema per la salute…

I trattamenti chemioterapici nel cancro alla prostata inducono chemio-resistenza
Nature, 5 agosto 2012
Nature
 la rivista con uno dei più alti Impact Factor (Fattore di impatto) al mondo pubblica uno studio dal titolo: “Treatment-induced damage to the tumor microenvironment promotes prostate cancer therapy resistance through WNT16B” .
Questo studio evidenzia che la chemioterapia usata per combattere il cancro in realtà può stimolare nelle cellule sane circostanti la secrezione di una proteina (WNT16B) che sostiene la crescita e rende ‘immune’ il tumore a ulteriori trattamenti.
Analizzando gli effetti di un tipo di chemioterapia su tessuti raccolti da pazienti affetti da tumore alla prostata, sono state scoperte “evidenti danni nel Dna” nelle cellule sane intorno all’area colpita dal cancro. Queste ultime producevano quantità maggiori della proteina WNT16B che favorisce la sopravvivenza delle cellule tumorali.
La scoperta che “l’aumento della WNT16B…interagisce con le vicine cellule tumorali facendole crescere, propagare e, più importante di tutto, resistere ai successivi trattamenti anti-tumorali…era del tutto inattesa“, ha spiegato il co-autore della ricerca Peter Nelson del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle nello stato di Washington.
I nostri risultati – hanno spiegato i ricercatori – indicano che il danno nelle cellule benigne può direttamente contribuire a rafforzare la crescita ‘cinetica’ del cancro”, e questo ha trovato conferma anche nei tumori al seno e alle ovaie.
In pratica questo studio dimostra che la chemioterapia è in grado di “rafforzare la crescita del cancro”.

La mammografia non salva la vita
British Medical Journal, 11 febbraio 2014
Il BJM pubblica uno studio canadese eseguito su 90.000 donne durato 25 anni per verificare se la mammografia è in grado di salvare vite umane.
Questo studio afferma innanzitutto che “la mammografia non salva la vita”, e che “almeno per 1 paziente su 5 la diagnosi di tumore è sbagliata”.
La diagnosi precoce, cioè la mammografia, al contrario di quello che si aspettavano i medici, al confronto della semplice palpazione, non riduce la mortalità, anzi porterebbe a sovrastimare e quindi a sovradiagnosticare spingendo a cure invasive e tossiche assolutamente non necessarie.

Metà della ricerca medica è falsa!
The Lancet, 11 aprile 2015
Gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, potrebbe essere semplicemente falsa. Le problematiche sono molteplici: studi con campioni di piccole dimensioni, effetti molto piccoli, analisi esplorative non valide e palesi conflitti di interesse, insieme a un’ossessione per il perseguimento di tendenze (mode) di dubbia importanza. La scienza ha preso una piega verso il buio”. Così scrive Richard Horton, caporedattore del Lancet.
Il dottor Horton ha recentemente dichiarato che moltissime delle ricerche pubblicate sono, nella migliore delle ipotesi, inaffidabili, se non completamente false.
Quindi le cosiddette riviste mediche credibili stanno sempre più perdendo credibilità agli occhi degli esperti, e perfino dei collaboratori delle riviste stesse.
La colpa è di molti attori in gioco: da una parte i redattori delle riviste che aiutano ed incoraggiano i peggiori comportamenti, dall’altra c’è una enorme quantità di ricerca spazzatura che fa comodo alle lobbies per sostenere le teorie ufficiali e andare contro al nuovo che si sta facendo breccia nella scienza.

Errori medici la terza causa di morte negli Stati Uniti d’America
Medical Journal, 16 maggio 2016
Un recentissimo studio pubblicato dal British Medical Journal ha dell’incredibile: l’errore medico non è incluso nei certificati medici e nelle statistiche riguardanti le cause di morte.
Un report del 2004 riguardante i decessi di pazienti ricoverati negli ospedali riferita alla popolazione con assistenza sanitaria stimò che 575.000 decessi sono stati causati da errori medici tra il 2000 e il 2002.
Se tale media venisse applicata a tutte le ammissioni registrate negli ospedali statunitensi nel 2013 il numero delle morti diventerebbe più di 400.000 all’anno!
Questo studio dimostra che le morti per cause iatrogene sono molto sottostimate e quindi gli errori medici sono una delle prime tre cause di morte (le altre sono cancro, malattie cardiovascolari) a livello mondiale.

Dal 50 al 90% dei tumori alla tiroide sono sovradiagnosi
New England Journal of Medicine, 18 agosto 2016
Una ricerca sul cancro alla tiroide arriva dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) di Lione e dall’Istituto Nazionale Tumori CRO di Aviano.
Lo studio – assai poco pubblicizzato – è stato pubblicato sul NEJM.
La diagnosi di tumori alla tiroide negli ultimi 20 anni ha visto una impennata del 200%, ma – precisano gli esperti che hanno firmato lo studio – non si tratta di una epidemia.
I casi sono in crescita ma si tratta di sovradiagnosi.
Una quota elevatissima che varia tra il 50 e il 90% è infatti sovradiagnosi!
Si tratta di carcinomi in situ del tutto innocui che non creano nessun problema alla salute e soprattutto non vanno assolutamente curati, non necessitano di alcun trattamento.
Gli studiosi hanno usato nella loro analisi i dati dei registri tumori di 12 Paesi: Australia, Danimarca, Inghilterra, Finlandia, Francia, Italia, Giappone, Norvegia, Corea, Scozia, Svezia e Stati Uniti. «Paesi come Usa, Italia e Francia hanno tassi maggiori di sovradiagnosi dovuti all’introduzione e all’ampia diffusione, dagli anni Ottanta in poi, dell’ecografia – spiega Salvatore Vaccarella, autore principale dello studio. E lo stesso è avvenuto recentemente nella Repubblica Coreana, dove il carcinoma tiroideo è diventato il cancro più frequente nel sesso femminile, ma nel 90% dei casi identificati tra il 2003 e il 2007 si tratta di sovradiagnosi».
Questo studio dimostra inequivocabilmente che più esami diagnostici si eseguono e più aumenta il numero delle diagnosi di tumore. Questo discorso non è valido solo per la tiroide ma per qualsiasi altro organo: seno, prostata, intestino, polmone, ecc.
Sapere questo è di vitale importanza perché la stragrande maggioranza dei casi di diagnosi di tumore si tratta di sovradiagnosi, cioè di situazioni innocue per la salute, ma il paziente e il medico ovviamente non lo sanno. Cosa fare allora?

La chemio uccide oltre il 50% dei paziente entro un mese dalla cura
Lancet Oncology, settembre 2016
Il famoso Lancet Oncology se ne esce con uno studio estremamente interessante che lancia un allarme sulla nocività della chemio.
Il trattamento principe del cancro è imputato di uccidere oltre il 50% dei pazienti entro il primo mese dall’inizio della cura.
Lo studio ha preso in considerazione 23.000 donne e 10.000 uomini con carcinoma polmonare. Di questi 9.634 sono stati sottoposti a chemio nel 2014 ed entro 30 giorni ne sono morti 1.383
L’indagine ha rilevato che in Inghilterra circa l’8,4% dei pazienti con cancro del polmone e il 2,4% di quelli con tumore al seno sono deceduti entro un mese dall’avvio del trattamento. Ma in alcuni ospedali il tasso di mortalità per chemioterapia contro il carcinoma polmonare è risultato addirittura del 50,9%.
Se un paziente muore nelle prime settimane dall’inizio della cura non è stato certo il cancro ad ucciderlo, e se quindi non è stata la malattia è stata la “cura”…

Fine del paradigma
Secondo lo storico e filosofo della scienza Thomas Samuel Kuhn le rivoluzioni scientifiche segnano i diversi momenti della storia della scienza.
La prevalenza di un dato paradigma segna una fase di “scienza normale” e in questa fase il paradigma dominante non viene mai messo in discussione.
In questa fase i protocolli e le cure ufficiali non si toccano.
Quando invece sorgono quelle che lui chiamava “anomalie” (noi le possiamo identificarle con studi ufficiali che vanno in direzione contraria a quella della visione odierna, e anche con l’aumento delle persone che prendono coscienza in ambito salutistico e terapeutico) si formano delle situazioni di crisi.
L’accumulo di queste ‘anomalie’ sfociano in una vera e propria “rivoluzione scientifica” contraddistinta dall’adozione di un nuovo paradigma.
Tale adozione di fatto istituisce una nuova comunità scientifica, ed è forse quello che stiamo vedendo accadere nella nostra società…FacebookApre in una nuova finestraWhatsAppApre in una nuova finestraTwitterApre in una nuova finestragoogle_plusApre in una nuova finestraCondividi