INIBITORI DI POMPA PROTONICA e demenza,per chi li usa.

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Inibitori di pompa protonica associati a demenza
By Archimede on 22.03.16 12:09 | Permalink | Commenti (0)
Inibitori di pompa protonica associati a demenza

Il rischio cresce probabilmente per l’abbassamento dei livelli di vitamina B12

L’assunzione degli inibitori di pompa protonica (Ppi) è legata a un aumento del rischio di demenza. Lo ha stabilito uno studio pubblicato su Jama Neurology da un team del Centro per le malattie neurodegenerative di Bonn, in Germania.

La dott.ssa Britta Haenisch e i suoi colleghi hanno analizzato le prescrizioni dei farmaci effettuate fra il 2004 e il 2011.
Il campione era costituito da oltre 73mila persone, delle quali 2.950 sono state trattate con gli inibitori di pompa protonica, farmaci utilizzati per attenuare i sintomi del reflusso gastroesofageo.
In questo sottogruppo il rischio di demenza è salito del 44 per cento rispetto al gruppo di controllo. Gli autori dello studio avvertono che vi sono alcuni limiti nell’analisi presentata, in particolare riguardo ai dati di fattori indipendenti in grado di aumentare il rischio di demenza.
«In ogni caso, dato che il nostro studio dimostra solo un’associazione statistica tra uso di inibitori di pompa protonica e probabilità di sviluppare demenza, la presenza di un eventuale meccanismo biologico alla base di un possibile nesso causa-effetto dovrà essere esplorata da futuri studi prospettici e randomizzati svolti su casistiche sufficientemente ampie».

Lewis Kuller, ricercatore presso l’Università di Pittsburgh, in Pennsylvania, commenta: «Questi dati aprono una sfida interessante per valutare una possibile associazione tra inibitori di pompa protonica e rischio di demenza, argomento molto importante ai giorni nostri vista l’elevata prevalenza nell’uso di questi farmaci nelle popolazioni anziane a elevato rischio di demenza».
Anche una ricerca del Kaiser Permanente ha affrontato l’argomento. Stando a questa analisi, l’uso prolungato di farmaci per ridurre l’acidità di stomaco può comportare l’abbassamento dei livelli di vitamina B12, sostanza fondamentale per il corretto equilibrio del nostro sistema nervoso. Un suo deficit può provocare demenza, declino cognitivo e anemia.
I ricercatori hanno associato la mancanza della vitamina B12 con l’assunzione di medicinali per il bruciore di stomaco e per l’ulcera su un campione di quasi 26mila adulti, dei quali sono state analizzate le cartelle cliniche elettroniche. I dati sono stati poi messi a confronto con quelli di oltre 184mila pazienti che non avevano la stessa carenza di vitamina B12.
Lo studio, pubblicato sul Journal of the American Medical Association, dimostra che fra i 25.956 pazienti con deficit di vitamina B12 il 12 per cento aveva assunto gli inibitori di pompa protonica per almeno due anni, contro una percentuale del 7,2 relativa al gruppo di controllo.
Per quanto riguarda i farmaci antagonisti dei recettori H2 (H2RA), in qualsiasi dose giornaliera, le percentuali erano rispettivamente del 4,2 e del 3,2 nei due gruppi.
«I pazienti che hanno assunto farmaci Ppi per più di due anni hanno avuto un aumento del 65% del rischio di carenza di vitamina B12 – spiega il dott. Douglas A. Corley, gastroenterologo e ricercatore con il Kaiser Permanente Division of Research –. Dosi più elevate sono state associate a un rischio maggiore rispetto a dosi più basse. Le cartelle cliniche elettroniche del Kaiser Permanente ci hanno permesso di osservare ciò che accade nella pratica quotidiana con l’uso comune di questi farmaci».

Fonte: Jama

Un pensiero su “INIBITORI DI POMPA PROTONICA e demenza,per chi li usa.”

  1. L’Aifa sul suo sito istituzionale commenta così :”L’associazione tra inibitori di pompa protonica e insorgenza di disturbi psichiatrici è emersa nella fase di sorveglianza post marketing ed è supportata dalla pubblica­zione di alcuni case report.1-S Una casistica riporta tre episodi di confusione mentale dovuta a interazione tra inibitori di pompa protonica e benzodiazepine.1 Un altro studio 2 descrive tre casi relativi a pazienti trattati con omeprazolo che manifestavano disturbi a carico del sistema nervoso centrale risoltisi alla sospensione del farmaco. Un case report3 si riferisce a un uomo di 64 anni che dopo due mesi di terapia con omeprazolo ha avuto gravi cambiamenti mentali, con scomparsa dei sintomi dopo sospensione della terapia e ricomparsa alla ripresa. Il rabeprazolo è stato inoltre associato a disturbi psicosomatici o da panico. E poi prosegue con :” Relativamente all’omeprazolo, vengono indicate nella banca dati Micromedex alcune alterazioni psichiatriche, quali depressione, aggressività, allucinazioni, confusione, insonnia, apatia, nervosismo, ansia, sonnolenza e incubi in meno dell’1% dei pazienti trattati con il farmaco. Per l’esomeprazolo, durante l’esperienza post marketing sono stati descritti eventi quali allucinazioni, aggressività e agitazione”.Ed infine trova la possibile causa affermando :” Recenti studi hanno messo in evidenza il ruolo dei recettori del GRP (peptide di rilascio della gastrina), localizzati a livello di ippocampo e amigdala dorsale, nell’insorgenza di disturbi da panico o ansia.4 Un meccanismo ipotizzabile alla base di tali disturbi potrebbe essere quindi legato all’ipergastrinemia indotta dagli inibitori di pompa protonica.” Chiosa affermando che vi sono 74 casi di reazioni psichiatriche associate a inibitori di pompa protonica .E chiudono con un poco rassicurante : “Sebbene siano generalmente considerati farmaci ben tollerati e con profilo di sicurezza favorevole, gli inibitori di pompa protonica sono stati recentemente associati a gravi sintomi psichiatrici, quali agitazione, confusione mentale, depressione, ansia e allucinazioni, soprattutto nei pazienti anziani con alterata funzionalità epatica o renale. Gli eventi avversi da inibitori di pompa protonica a carico del sistema nervoso centrale sono stati osservati raramente e sono reversibili alla sospensione della terapia. ”
    Leggendo il commento di NOPECORONI e dopo aver letto quello dell’agenzia del farmaco mi sono reso conto che nella migliore delle ipotesi che l’AIFA e quindi le case farmaceutiche,con competenze e prospettive professionali che DOVREBBERO essere diverse,di fatto sperimentano i farmaci sui “pazienti” che ,essendo tali,sembrano più cavie che essere umani e che,considerati come tali,il loro consenso sia poco,ma molto poco,informato.

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